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Diario
30 novembre 2010
bunch

| inviato da cobra_kai il 30/11/2010 alle 20:37 | |
15 ottobre 2009
...End of the world?!...
...beh, se c'è una nuova canzone dei lostprophets sembra sul serio la fine del mondo...
...cmq, nn vorrei esagerare, o creare attese ke potrebbero andar deluse,
però la canzone ricorda TANTO il buon vecchio Start Something,
in particolare la parte con Ian ripete il ritornello con la voce "lontana" per capirici...
per il video trovo bei riferimenti:
...Shinobi per l'ambientazione sopra il palazzo...
...Last Train Home per i colori, le immagini della città...
...Rooftops per come è preso Ian...
per il resto... avete detto release date a gennaio?
ah ok, c'è ancora un po di tempo per pensarci
| inviato da cobra_kai il 15/10/2009 alle 11:0 | |
21 settembre 2009
...Yeah, the drummer!...
...ma non sembra mica il cantante dei Muse?...
...hahaha, per la cronaca i Muse si cambiano gli strumenti per protesta a Quelli che il calcio, dato che li hanno costretti a suonare in playback...
...e quella furbona di Simona Ventura manco sa chi è il cantante, tanto che il batterista continua a chiamarlo "the drummer" sulla pseudo-intervista a fine concerto... Ma era giudice di un programma di musica per caso?
... e quanto fa ridere Matt Bellamy che si sgola alla batteria, con le bacchette in aria mentre canta, e la batteria magicamente a tempo... sìsì, è questo che ci vuole alla tv oggi!
| inviato da cobra_kai il 21/9/2009 alle 14:8 | |
2 settembre 2009
...not expected #2...

La casa in mezzo al nulla
Ann si sveglia. Diamine, da quanto tempo stava dormendo? Non lo ricordava, come non ricordava tutto quel disordine dalla sera prima. Si trovava stesa sul divano, parecchi oggetti che normalmente erano sul tavolo stavano per terra, bicchieri di carta… ah sì, doveva trattarsi di una festa. Probabilmente era quello, e il mal di testa non era altro che il risultato della sbornia del giorno prima. Non ricordava di aver mai bevuto poi tanto alle feste, anzi, ricordava precisamente che non le piacevano. Era assolutamente strano ritrovarsi in quella casa dopo una festa. Che casa era? Aveva qualcosa di lontanamente familiare, come dei ricordi di quando era piccola non messi a fuoco.
Forse era la sua dannata amnesia. Mette le ciabatte, si avvicina alla cucina per preparare il caffé. Carica la polvere sul filtro, prima di chiuderlo aggiunge l’acqua sul fondo, poi accende. Mentre aspetta dà un’occhiata in giro. Tutto era decisamente in disordine. Evidentemente nel ballo sfrenato qualcuno aveva assestato dei gran colpi alle pareti e ai mobili. Qualche scaffale pareva letteralmente scassato. Guardando per terra nota che su un tappeto c’è una grossa chiazza di punch. Da quanto si ricordava i festeggiamenti col punch si facevano solo alle lauree. Ecco, ora le sembrava di ricostruire esattamente… Per festeggiare la laurea qualche amico avevano organizzato una festa in quella casa. Probabilmente una casa delle vacanze o cose del genere. Non ricordava di aver amici all’università. Evidentemente a quella festa si era imbucata.
Alla finestra era difficile notare qualcosa. Il panorama si ripeteva uguale un po’ ovunque. Già, quella casa evidentemente non era abitata da tempo. Il caffè. Si avvia a spegnerlo. Oddio, non c’era nemmeno una tazza. Beh, per il momento avrebbe aspettato, dopotutto lo preferiva freddo. Guardando meglio vedeva macchie di punch raggrumato in diversi punti della stanza. Certo ci mettevano cose strane dentro quella brodaglia. Non l’aveva mai capita quell’abitudine anglosassone di aggiungere al punch pezzi di mela, petali di fiori o altro. Non le capiva le tradizioni. Poi, quelle cose a mollo nel liquido si trasformavano fino ad assumere dei connotati grotteschi. Vedendoli sparsi sul pavimento davano un’impressione affatto irritante. Cammina seguendo le pareti della casa. Raggiunge una camera. Un ragazzo disteso sul letto. Dormiva pesantemente. Era in una fase del sonno di molto precedente al risveglio, senza sogni né agitazioni esteriori. Anche lui doveva aver addosso una sbornia, chissà quando si sarebbe ripreso. Guardandolo più a fondo, in quella posizione, ad Ann sembrava quasi di ricordare qualcosa. Non era una bella sensazione. La avvertiva spesso quando succedeva, quando tentava di superare l’amnesia. Sente la testa girare, si volta alla ricerca di qualcosa su cui sdraiarsi. Il divano da cui si era alzata, andava benissimo, ci ripiomba. Sì, meglio riposarsi ancora un po’…
Jack. Jack, si ricordava di lui. Quant’era bello Jack. La persona migliore della sua vita era Jack. I momenti passati insieme erano il suo unico sollievo. Poi tutto era andato a rotoli. Era successo qualcosa di orrendo. Jack l’aveva tradita. Il padre di Jack non aveva mai voluto che si vedesse con lei, e Jack a quel punto l’aveva accontentato. E a quel punto arrivò la sua amnesia. Chissà perché a certe cose riusciva a pensare solo in sogno. Ormai era restata quella, la parte migliore della sua vita. Quando non era sveglia…
Rumore. Qualcuno bussa pesantemente alla porta di legno. Si risveglia seduta al tavolo, come quando era stanca di studiare. Mette le ciabatte. Guarda fuori. Un uomo col cappello. Bussa pesantemente. Aveva qualcosa di familiare. Non le andava di aprire. Lo vede dalle finestre fare il giro della casa. Chiamare. Ripartire. Non l’aveva vista. Meglio così, non aveva voglia di parlargli. Si alza. C’era il caffé freddo nella caffettiera. Niente tazze. Poteva andare un bicchiere di plastica, di quelli che ancora si trovavano sul tavolo della cucina. Ce n’erano ancora di nuovi. Sorseggia il caffé amaro, cammina ancora una volta a fianco delle pareti. Raggiunge la camera. Il ragazzo non era più disteso. Probabilmente si era svegliato e se n’era andato. Torna a sedere sul divano, prende il telecomando, guarda la tv. Era stanca. Aveva voglia di aspettare. Aspetta.
Sera. Arriva di nuovo l’uomo col cappello. Questa volta si dirige sicuro alla porta. Ha la chiave. Apre.
- Oh mio Dio!
Gli si illuminano gli occhi. Ann comincia a ricordare.
- Zio John!
Si alza in piedi, lascia andare il telecomando. Lo abbraccia. Sulla porta.
- Che è successo?
Fa lui. Si guarda intorno impaurito, in preda al panico. E Ann:
- Non so… Non mi ricordo.
- Stai bene? Ti hanno fatto niente?
- No, non credo.
Zio John guarda il suo corpo. Guarda e tocca in modo insistente. Non dura molto.
- Questi, chi te li ha fatti?
Indica dei lividi sulle braccia di Ann.
- Io…?
- Non ricordi, va bene… la tua amnesia. L’importate è che per ora tu stia bene… Dobbiamo andarcene.
- E perché?
Aveva una sensazione negativa a riguardo. Sentiva che non era al sicuro fuori di lì.
- Dobbiamo andarcene subito!
- NO!
Grida e si dimena. Non voleva uscire.
Zio John ripete “Che c’è?”, tenta di obbligarla. Lei si calma. A bassa voce.
- È qui fuori. È qui attorno.
Non guarda Zio John.
- Chi è?
- …Quello che mi ha portato qui. Mi tiene prigioniera. È una specie di trappola, ma non aspettava te. Non penso, almeno…
Zio John assume un’espressione di immobile spavento. Di scatto si avvicina al telefono, sul muro, compone un numero.
- Non c’è linea.
- È stato lui… è qui attorno, avrà già tagliato le ruote della tua macchina.
- Vado a vedere.
- NO! Non uscire ti prego! Vuoi morire anche tu?
Zio John si volta.
- Chi è morto?
Ann riprende un’espressione spaurita. Rassegnata. Si muove lentamente verso l’armadio a muro e lo apre.
- Oh mio Dio!
Zio John è nuovamente in preda al panico. Ann osserva apparentemente senza emozioni. Il ragazzo disteso sul letto il giorno prima. Gli occhi bianchi, le pupille dovevano trovarsi dietro da qualche parte, non si vedevano. Il sangue usciva dalla bocca e dalle narici. Il naso spappolato, in una chiazza rossa. Quel rosso sembrava altro punch. Zio John si avvicina al ragazzo. Lo scuote per le spalle. Lo abbraccia. Si sporca la camicia di rosso.
- Lester! Lester! Che ti hanno fatto!
Lester. Ad Ann pareva familiare quel nome. Suo cugino si chiamava Lester. Lo ricordava ancora, da piccolo, giocare sul prato con lei. Non era tanto simpatico Lester. Che c’entra… Povero Lester. Come l’avevano ridotto. Posa una mano sulla spalla di Zio John.
- Sta tranquillo zio, siediti…. Raccontami, ti prego. Cosa mi è successo negli ultimi tempi?
Zio John per un po’ non l’ascolta. Poi, tra i singhiozzi, si tranquillizza e fa come dice Ann. Siedono sul divano, parla, con le mani a coprire gli occhi, la testa coricata sullo schienale.
- La tua amnesia… Ti ha preso da due mesi… Ed eri depressa. Abbiamo chiamato uno specialista, ha detto che dovevi stare a distanza per un po’. Che ci voleva un posto in cui potevi concentrarti sulle tue paure, e qualcuno che ti aiutasse. Questa casa era una specie di cura per te, distante dal mondo, qui, nel deserto, a qualche miglia da casa. Ti piaceva il deserto, ricordi? Ann ascoltava con aria assente. Nel frattempo si era alzata, aveva preso la caffettiera, vuotata, messo dell’altro caffè sul filtro, acceso il gas. Poi si ricompone, siede a fianco di Zio John.
- Chi c’era qui con me?
- Lo specialista. L’amico di famiglia. Il dr. Brown.
Brown. Quel nome le faceva salire l’odio. Portava alla mente un uomo dagli occhiali stretti, ottusi. I capelli bianchi, il sorriso beffardo. Piccolo, minuscolo. Cominciava ad agitarsi.
- Ann, che succede?
- Il dr. Brown. Non è andata bene al dr. Brown…
- Che dici? Cosa gli è successo?
Ann perde quell’espressione di odio e lucidità. Torna spaurita, la voce rotta. - Oh, non so. Non so perché l’ho detto Zio John. Non me lo ricordo… Tuffa la faccia fra le mani e piange, rumorosamente.
Zio John sembra riacquistare per un attimo la sua lucidità.
- Ann, capisci. Dobbiamo andare. Non possiamo restare qui. A casa sono giorni che non hanno tue notizie. Dobbiamo chiamare la polizia, capire che è successo qui dentro. Da dove arriva tutto questo sangue…
Ann si stupisce.
- Sangue?
- Il sangue che c’è qui attorno… Non può essere di una sola persona, qui c’è stata una strage, non vedi?
Ann si ravvede. Il liquido rosso per la casa. Non era punch. E non erano pezzi di mela e petali quelli raggrumati per il pavimento. Tutto le sembrava più chiaro ora. Tutto a poco si rimetteva a posto nella sua mente. Guarda Zio John. E strilla.
- Sei stato tu!
- Che dici?
Zio John continua con la sua espressione incredula.
- Sei stato tu, vero caro zio? Ti è già passato il dolore per Lester, eh? Ci hai messo poco!
Ann si era alzata di scatto dal divano, era finita in cucina. Aveva trovato nel lavello un coltello da carne piuttosto grande. C’erano sopra gocce rosse miste ad acqua, dall’ultima volta che era stato usato. E lo impugnava con sicurezza.
- Ann, non fare sciocchezze.
Il caffè. Stava salendo il caffè. La caffettiera sembrava esplodere. Non c’era l’acqua, era per quello… Ann aveva già capito che fare. Si avvicina minacciosa col coltello a Zio John. Taglia l’aria nella sua direzione, lo fa spostare.
- Che hai fatto a tuo figlio, eh? E a me che volevi fare? Perché sei venuto qui da solo? C’eri già venuto prima giusto per controllare fosse tutto a posto, vero?
- Non so cosa dici Ann. Non so proprio...
Zio John di scatto si lancia verso lei. Lei lo schiva, Lo colpisce alla schiena. Lo prende per il collo, Lo avvicina alla caffettiera. In quel momento, la valvola di sfogo lascia uscire tutto il vapore trattenuto. Lo colpisce alla spalla, un dolore fortissimo. Sviene.
Così era andata. John non pensava allo sconcerto della lotta. Era privo di sensi, e riusciva a galleggiare nei suoi ricordi a breve. Non è bella la vita di una piccola comunità per un adolescente. Si sentono poche campane, le stesse cose, le stesse persone. E può succedere che tua nipote, senza genitori, e non nuova a problemi psichici, si innamori di suo cugino Jack. In un modo morboso e dissennato, con ripetute crisi d’ira. Dopo numerose proibizioni tutto era precipitato quando Ann aveva visto Jack baciare un’altra ragazza. Era caduta in una depressione atroce, con frequenti amnesie. A quel punto il dr. Brown aveva proposto l’isolamento, sola con lui in quella casa nel deserto. Da giorni non aveva notizie del dr. Brown. Per sicurezza aveva mandato Lester a dare un’occhiata. E anche di lui nessuna notizia. Qualcosa non andava da quelle parti. Quella dannata faccenda sembrava non risolversi…
Quando Zio John si riprende è nella vasca, legato col tubo della doccia. Ann sta lì a guardarlo. Con un’espressione visibilmente compiaciuta. A Zio John non era passato il dolore. Anzi. Anche se sentiva l’acqua salire per la schiena portargli un po’ di refrigerio. L’acqua usciva dal rubinetto della vasca. E lui era legato. Ann rideva.
- Che hai fatto, Ann…
Nella voce di zio John non c’era il minimo risentimento. Solo rassegnazione.
- Penso stavolta di essere migliorata, sai? Cioè, basta con questi coltelli, troviamo un modo più civile per farla finita, eh? Annegare nella vasca mi sembra più semplice. Senza tutto questo sangue… mi sono stancata.
- Che hai fatto, Ann…
La voce di Zio John era ripetitiva. Ma Ann risponde ugualmente.
- Che credi, che non mi ricordi cosa è successo? Quell’idiota di tuo figlio, Jack, non può fare quel che gli pare. Quel tuo amico con gli occhialetti mi aveva stufato, e adesso appeso nel ripostiglio non credo potrà psicanalizzarmi molto. Poi è toccato a tuo figlio Lester, ed ora a te. Ma prima o poi arriverà anche Jack. E pagherà anche lui finalmente per quello che ha fatto. Pagherà, come tutti voi…
- Che hai fatto, Ann…
La voce di Zio John era soffocata. E comunque non si sarebbe più sentita con l’acqua che lo sommergeva. Di asciutto ormai c’era solo il bordo frontale del suo cappello da cowboy. Ann pensa che era il momento di sedersi. Sedersi e riposare. Ed anche Jack sarebbe arrivato… anche lui come tutti gli altri…
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UPDATE:
What's "not expected"? Who knows?
... Racconti diversi dal solito, racconti insoliti... racconti con il finale che non ti aspetti, o magari se lo sai prima ke è così è il finale che ti aspetteresti, ma nn l'avevi messo in conto perchè pensavi fosse inaspettato... insomma, qualcosa di diverso dal mio solito modo di scrivere, e forse fuori bersaglio, proprio perchè diverso dal mio solito modo di scrivere... provate a dire un po...
| inviato da cobra_kai il 2/9/2009 alle 12:3 | |
2 aprile 2009
Entre Les Murs

Prima scena: il professore davanti alla tazzina di caffè, uno sguardo visibilmente pensieroso. Come se stesse per iniziare, da solo, una battaglia. Pochi secondi, butta giù il caffè d’un sorso ed esce freneticamente dal bar. Da quel momento fino alla fine del film nessuna scena si svolgerà all’esterno delle mura della scuola.
Questo è "Entre les murs" (Dentro le mura, tradotto letteralmente in "La classe"), un anno di un giovane professore (ma in realtà di un intero apparato scolastico, studenti e genitori compresi) in una scuola media, con studenti non esattamente di buona famiglia. La classe sembra più una superiore per il modo in cui gli studenti si sentono liberi di rispondere al prof., forse perché vivono in una metropoli che li costringe a contare solo su se stessi troppo in fretta. Dall’altro lato i professori sono soggetti a parecchio stress e, almeno in generale, credono nel loro ruolo nonostante la frustrazione. Esistono diverse posizioni sul comportamento da pretendere dagli studenti, chi più e chi meno rigido, e tuttavia ogni posizione è ragionevole a suo modo, come spesso accade quando si parla di educazione. E tuttavia la rischiosità dell’argomento è visibilissima, quando una parola di troppo da parte di un professore genera conseguenze che nessuno vuole: l’innesto di un meccanismo volto a tutelare la disciplina, il quale spesso non funziona come dovrebbe.
Il punto è che, comunque, in un senso figurato sono tutti "dentro le mura" e la partita che si gioca tra professori e studenti (come nella scena finale) è quella della preparazione alla vita, rinchiusa e allo stesso tempo protetta dalle mura scolastiche. La sfida è quella di chi vuol fare il bene dell’altro (dargli una cultura, meglio, addestrarlo all’impegno) spesso contro la sua volontà, e con tutte le frustrazioni del caso. Perché gli studenti rispondono alle critiche con presunzione ma anche intelligenza, non si lasciano ammansire da discorsi buonisti, e solo l’onestà di qualcuno che conosce la vita più di loro può dargli un minimo di coscienza di cosa hanno bisogno per andare avanti. Perché i segnali che provengono dalla società sono deviati, forniscono status symbol quanto mai irrealistici, con il risultato che le giovani generazioni sono naturalmente portate a puntare alla cosa sbagliata. E a perdere ogni speranza quando si accorgeranno dell’errore. Il lavoro del prof. in questo caso è quello di mostrare la giusta direzione, quella che può dar loro più realisticamente un futuro, tramite l’impegno in qualcosa. Perché in un futuro non troppo lontano quella partita sarà giocata dagli studenti contro il mondo, avversario ben meno definito e dal gioco meno leale. E allora sarà molto più dura.
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| inviato da cobra_kai il 2/4/2009 alle 17:26 | |
26 marzo 2009
...I miei anni come ombrelloni chiusi in piena estate...

Vita Rubina (Moltheni)
L'altra notte mentre uscivo fuori dalla discoteca Mi è passata a quattro metri la mia vita Camminava col bicchiere e un vestito nero Mi ha guardato ma non mi ha cagato La conosco bene, è in collera con me Mi rimprovera le cose che non ho voluto fare Mi rimprovera parole che non ho voluto dire Che mi avrebbero cambiato in meglio insieme a lei Ho rivisto il corpo morto di mio padre con i baffi neri Diventati bianchi in un'ora o poco più Ho rivisto quell'estati infinite con il mio amico Gigi Con il sole che ci amava e ci baciava i piedi scalzi Ho rivisto mio fratello e le sue mani buone Quelle mani adulte che lo so io non avrò mai Ho rivisto quelle città che non mi sono appartenute I miei anni come ombrelloni chiusi in piena estate I cavalli, le farfalle e le mie fate Diventati un giorno cani a quattro teste Porte chiuse a chiave e finestre Galleggiare in un mare di fotografie
È la mia vita La scorciatoia per entrare in te e in me che Difendo con le unghie e poi la perdo Come un anello ai piedi, non è ieri è oggi
È la mia vita La scorciatoia per entrare in te e in me che Difendo con le unghie e poi la perdo Come un anello ai piedi, non è ieri è oggi
Come un anello ai piedi, non è ieri è oggi
Difendo con le unghie e poi la perdo
...Non si può dire ke Moltheni sia così ottimista, di certo. E io solitamente tendo a evitare i testi in cui ci si commisera. Ma qui nn c'è solo questo... è davv bella e quantomai poetica la descrizione che Moltheni fa di certi momenti, così vividi da poterli toccare. E a me colpisce in particolare il riferimento alle estati infinite col suo amico Gigi, è impossibile non riconoscersi in cose del genere. E allo stesso tempo mi stupisce il fatto si parli di occasioni perse, parole non dette, perchè quell'estate, perlomeno, è un bel ricordo, qualcosa ke è bello aver vissuto. La malinconia del tipo "non tornerà più" non è un buon motivo per disperarsi, a mio avviso. è un ragionamento del tipo "non so come sarà domani, quindi sarà peggio"... E infatti non credo Moltheni parli cercando di tirare conclusioni generali, parla di un sentimento, in questo caso non allegro, ma pur sempre degno di essere riportato in musica, poesia, o altro. E riuscire a trasmetterlo è il miglior risultato.

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| inviato da cobra_kai il 26/3/2009 alle 17:39 | |
23 marzo 2009
...what to do with a camera...

...once we were together...

...get irate...

...conversate...

...looking for light...
| inviato da cobra_kai il 23/3/2009 alle 18:5 | |
14 marzo 2009
..."È quello che facciamo tutti... vogliamo cose belle cui pensare, anche irrealizzabili, mentre stiamo facendo qualcosa cui siamo costretti"...

Nessuna Nuvola in Cielo
Una bella giornata di inizio primavera, fuori. Non lo rendeva allegro, né tantomeno sorridente. Però gli dava una certa serenità. Come quando sei triste e niente può farti stare meglio, e qualcosa di estraneo ti rende lieto, ma non intacca le ragioni per cui sei triste. Ecco, questo era più o meno lo stato d’animo di Phil quel pomeriggio. Qualcosa che guarda caso non gli era nuovo. E la reazione di insensibilità a qualunque cosa lo contraddistingueva da tempo. E un paesaggio di inizio primavera non faceva eccezione. Nulla lo faceva. Battono con forza. Da quanto? Non aveva voglia di rispondere, non l’aveva mai fatto. È facile giustificare qualcosa che non ti va, una volta che non l’hai fatta la prima volta. In effetti molte delle forze umane agiscono per inerzia. Ma lo schermo del computer non era interessante in quel momento. La creatività elevata a impegno quotidiano la pensava più appagante… Non ci voleva pensare, si ripeteva mentalmente che era quello che aveva sempre voluto… assieme allo Scotch. Dannazione, battono ancora. Non potevano fare altro, il campanello l’aveva tolto. Ormai la concentrazione era persa. Si alza, lentamente, si avvia alla porta. Guarda lo spioncino. È Giles… Chissà che ci faceva quelle parti. Aspetta, non gli interessava. Era noncurante in tutto. - Ce ne hai messo di tempo! - Ciao Giles, che vuoi? - Sarebbe bello un bicchiere di Scotch… Una leggera smorfia da parte di Phil. Una crepa nella sua insensibilità. La porta era ancora socchiusa, si decide ad aprirla del tutto. Giles si intrufola con un "È permesso?" vagamente ironico. Chiaramente non era il bene accetto. - Lo Scotch non è "bello" comunque. Ne parla così solo chi lo usa per ubriacarsi… - …O per ingraziarsi qualcuno. Penso fosse l’unica scusa con cui mi avresti fatto entrare. Phil si volta per non mostrare un’altra smorfia, torna nel suo salotto. Di spalle a Giles, riprende. - Sei sempre stato troppo intelligente e franco per i miei gusti. Sarebbe bello lasciare qualcosa di indeterminato, no? Giles l’aveva seguito nel salotto, che sembrava ridotto ad accampamento permanente. Lenzuola sul divano, vestiti sulle sedie. Si chiedeva dopotutto perché Phil vivesse in quella stanza come fosse un monolocale, mentre abitava in una casa ben più spaziosa. In realtà gli era chiaro. Non lo stupiva, semplicemente non ci aveva pensato, ma si accorgeva che era naturale. E questo giustifica la sua domanda a bruciapelo. - Come stai, Phil? Non era un "come stai" solito, era detto con una certa serietà, guardando negli occhi l’interessato. - Come sto? Benissimo, di certo. Sembra di essere tornati al college… - Dici con una stanza, due letti e disordine sparso? - Lo vedi? Non puoi fare a meno di esplicitare, vero? Comunque sì, quello… Si ferma un attimo a pensare, con lo sguardo perso. Continua. - Che senso ha "disordine sparso"? Dovresti fare più attenzione a quello che dici… Ma non volevi dello Scotch? Phil porge un bicchiere, versando copiosamente. Giles beve con l’amico. Butta giù veloce, vagamente stralunato. Come per farsi coraggio. - Lo sai vero? Allo studio si chiedono un po’ tutti che fine hai fatto. Per di più non riescono a contattarti. Ce l’hai ancora il telefono, vero? - Sì, l’ho staccato... Non ho molto tempo per gli scocciatori. Quella frase poteva riferirsi benissimo anche a Giles. - Beh, non hai pensato a qualcuno che volesse sapere come stai? Tua… Phil guarda intensamente Giles per un attimo. Lui si ferma, e subito riprende. - …Tua figlia, potrebbe chiamarti e tu non lo sapresti… - Miryam mi ha chiamato solo a Natale, e al compleanno prima. Era passato da due giorni… non ho avuto il coraggio di dirle che era in ritardo… Giles lo incalza, per sviare l’argomento. - Quindi che ti sei messo a fare? - Niente di che… - Phil, lo so che stai scrivendo. Phil cambia espressione, sembra colpito. - Come… Come l’hai capito. - Sono un medico Phil, riconosco i sintomi… Hai sempre voluto scrivere quel libro, e negli ultimi giorni era chiaro che non pensavi al lavoro… Ti è sembrato il momento migliore, vero? - Sì… lo sai… è sempre stato lì, non si è mosso. Se penso a tutte le volte che mi son detto di scriverlo… Poi lo studio, la professione, Debra… Ma adesso, Debra e Miryam non ci sono, sanno gestirsi da sole… Stanno bene. Chi mi fa tornare a lavoro tutti i giorni? Visitare pazienti che per me non sono nessuno, fare la fortuna dello studio? E che mi rimane? Uno stipendio più alto? Per farne che? Giles gli si avvicina, di fronte, le braccia tese e le mani a stringergli le spalle. Per dimostrargli stima. - Ti capisco, in certi momenti vuoi lasciar perdere tutto e fare quello che hai sempre voluto fare. Capita a tutti. - Già. Chissà perché ero convinto che avrei potuto fare lo scrittore… E il pretesto per lasciar perdere lo trovavo in mio padre, o Debra, il bisogno di aver un lavoro, e cazzate simili. Phil si svincola da Giles. Volta lo sguardo, riprende. - Non era così. Non sono uno scrittore Giles. Strano accarezzare a lungo un sogno, e scoprire così tardi di non esserne all’altezza. - L’hai sempre saputo Phil. Era per quello che volevi rimanesse un sogno, per non infrangerlo mai. È quello che facciamo tutti, vogliamo cose belle cui pensare, anche irrealizzabili, mentre stiamo facendo qualcosa cui siamo costretti… Usiamo i sogni come molla. Ed è pur sempre un buon motivo per averne… Phil si ferma un attimo a pensare. Poi si sblocca. - Ecco vedi. È brutto parlare con te. Sei troppo esplicito. Magari se non ti parlavo questa verità sarebbe stata più incerta, e avrei potuto evitarla. - Non hai bisogno di evitare, Phil. Non adesso… Giles si sposta per ritrovare il viso di Phil. Gli scuote un braccio, perché smetta di guardare in basso. Parla solo dopo aver incontrato i suoi occhi. - Sono contento che stai scrivendo il tuo libro, Phil. Un’altra smorfia, quasi a coprire un sorriso, da parte di Phil. Giles riprende. - Quanto ti manca? - Un paio di mesi, al massimo tre. Phil aveva risposto di getto, senza pensare. - Ok. Ed ora non vuoi un altro Scotch? - C’è da chiederlo?
Ecco, la prontezza non calcolata. Quella di quando erano studenti, e condividevano tutto, a partire dalla stanza. Ed anni belli a ricordarsi, terribili a viversi, senza tempo per niente che non fosse la Medicina. E poi assunti nello stesso grande studio medico, specializzati in rami diversi. Il tempo in cui si erano persi di vista, rincorrendo le rispettive vite. Rapporti diradati e più automatici, che subentravano nella routine. Ed ora, dopo tanto tempo, un pomeriggio a rivangare i ricordi, che Giles non avrebbe sperato dal suo amico ormai rude e solitario, nel successo della professione e nel fallimento del suo matrimonio. Brindavano, così come in quella casa avrebbero fatto Giles e tutti i conoscenti di Phil, quando aveva terminato il libro. "Nessuna nuvola in cielo" parlava di giovani di belle speranze, di vite nel pieno del vigore. Delle domande che a poco nel tempo si diluiscono, senza svanire, solo non vi si cerca più una risposta. “L’ultimo momento che avevamo per sentirci vivi”, era espresso così da uno dei protagonisti quel periodo, che Phil aveva per molto tempo immaginato diverso da come lo aveva vissuto, ma che sembrava ancora il migliore a distanza di anni. Giles si stupiva di come riuscisse ancora a esprimerlo così bene.
Dopo quei due mesi Giles si era trovato a brindare con tutti i conoscenti di Phil, anche Debra e Miryam, tornate per rendergli omaggio. Non era più tornato a lavoro, Phil. Ed era strano che oltre a Giles nessuno del suo studio medico se ne fosse accorto. Non così strano, se solo chi è umanamente vicino è pronto ad osservare davvero. Phil era malato, e solo Giles se n’era accorto. Chiuso nella sua casa, aveva realizzato il sogno della sua vita scrivendo quel libro. Ed ora, a scapito del titolo, a Giles piaceva pensare ci sarebbe stata un’altra nuvola in cielo.
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| inviato da cobra_kai il 14/3/2009 alle 15:49 | |
4 marzo 2009
...Se osassi entrare, riuscirei mai a trovare l'uscita?...

...Quanti giorni ho perso?... ...Come posso tornare al punto di partenza?...
...Sono fuori da una casa, e cerco un modo per entrare ma la porta è chiusa a chiave, e le finestre sono sbarrate, e io ho perso la chiave e non ricordo più come sono fatte le stanze, o dove io abbia messo le cose...
...E mi chiedo se osassi entrare... riuscirei mai a trovare l'uscita?...

"L'unica differenza fra la rappresentazione in teatro e il film è che prima mio padre non era ancora morto". Parole di Gwyneth Paltrow, protagonista prima della vicenda prima in teatro e poi nel film. E dopo aver letto questa frase ho capito meglio il motivo della sua interpretazione: supera un ruolo tutt'altro ke facile regalando vibrazioni forti, caratterizzazioni veementi al suo personaggio, che tiene in piedi tutto il film. Disperso tra diversi tipi di eccessi: la solitudine, la pazzia, la paura di una relazione, di doversi fidare... Ed è lì infatti il film: la fiducia. "Proof" (tradotto non precisamente in "la prova") significa "dimostrazione" (esattamente come in italiano sia in senso "matematico" che in quello corrente), e il film è pervaso da dimostrazioni di fiducia, effettive o richieste. Gwineth decide di stare vicino al padre (Anthony Hopkins) ex matematico ormai pazzo, di cui tutti serbano un bel ricordo, ma non si adoperano minimamente per aiutarlo. Lei dimostra il suo amore a costo di abbandonare la carriera, e rischiando di diventare pazza lei stessa. Una dimostrazione di fiducia è quella che Lei chiede a Jake Gyllenhaal, non appena questo decide di non stare dalla sua parte, di dare importanza alla scoperta della vita più che a lei. Una dimostrazione di fiducia è quella che vorrebbe da sua sorella, che non fa niente più di ciò che la morale comune le impone, prendersi cura della sorella pazza come lo si fa con un cane, con la mentalità ristretta e lontana della donna di successo... Tutto si gioca lì: famiglia, amore, successo accademico e non, e al centro c'è lei, sola e apparentemente indifesa, capace di tirare fuori la grinta se necessario, senza fare sconti a nessuno, con la noncuranza di chi non ha niente da perdere... Senonchè prima o poi si accorgerà che ha qualcosa da perdere anche lei... che avrà ancora un motivo per ricominciare a vivere...
...Se tornassi all'inizio potrei ricominciare da capo procedere passaggio per passaggio... cercare una strada più breve... potrei cercare di fare... meglio...

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| inviato da cobra_kai il 4/3/2009 alle 19:10 | |
21 febbraio 2009
...where Beauty sits...

...Che bella, la città... di sera, guardata da un punto elevato e privilegiato...
...Ricordo almeno un paio di film in cui c'è questa vista, uno è Heat - La Sfida, con Robert De Niro che ci porta una donna conosciuta da poco, il suo modo rude e affascinante di fare colpo... l'altro è White Oleander, all'inizio del film, c'è Michelle Pfeiffer a piedi nudi sul cornicione a guardare, e la figliola Alison Lohman spaventata e attratta da sua madre, come in tutto il film peraltro. La vista unisce due persone, le interroga su ciò che stanno per fare. La bellezza è semplicemente guardata, non fa cambiare le idee, ma non lascia mai indifferenti...
La bellezza si trova in tante cose e stupisce, perchè non si aspetta, è impossibile darla per scontata... Così mentre ascolto senza troppa convinzione il finale dell'album dei The Music (sì, se c'è "The" non serve un altro articolo davanti, ma vi sfido a capire chi erano se non lo scrivevo), alla fine dell'ultima canzone aspetto, senza mandare avanti all'album dopo. Forse fiducioso a livello incoscio, forse semplicemente pigro. In ogni caso la bellezza è lì per colpirti. C'è un pezzo strumentale, una ghost track che poi scoprirò chiamarsi "No Danger", nessun pericolo, tranquillità, che ti trasporta in una atmosfera diversa, e per qualche minuto ti rapisce, ti lascia di sasso.
Succede sempre così. La bellezza non lascia indifferenti. Poi quella canzone la riascolterai, magari scoprirai che non era niente di che, dopo averla ascoltata all'infinito, e magari dopo qualche tempo la riascolti e scopri ke ti colpisce nuovamente. Perchè non è un piatto pronto, una dose che ti assicura un dato effetto. E' semplicemente un'altra cosa, difficile da schematizzare, ma presente. Perchè se non si incasella è stupido dire che in realtà non c'è, o che non vale la pena parlarne.
...Ecco, dopo un po di tempo torno a fare discorsi vaghi sul mio blog, con la scusa che non c'è spazio mentale per scrivere più spesso. Il tempo fisico non c'è neanche quello, ma questa è una ragione ancora meno buona della precedente. Per cui, da buoni opportunisti, prenderemo l'attimo quando l'avremo. Ma non per questo sarà meno importante.
| inviato da cobra_kai il 21/2/2009 alle 19:48 | |
19 gennaio 2009
Chi l'ha detto che Californication è solo Sesso Droga e Rn'r?

Tratto da: Californication, stagione 2 - Episodio 10: "In Utero"
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Cara Karen:
Se stai leggendo questa lettera significa che ho trovato il coraggio di spedirtela. Quindi, buon per me. Non mi conosci molto bene, ma se me ne dessi l’occasione inizierei a parlare per ore e ore di quanto sia difficile per me scrivere. Ma questa... questa è la cosa più difficile che abbia mai dovuto scrivere... Non c’è un modo facile per dirlo, quindi lo dirò e basta. Ho incontrato una persona. È stato un caso. Non la stavo cercando, non ero a caccia. È stata la tempesta perfetta. Lei ha detto una cosa, io un’altra. E all’improvviso volevo passare il resto della mia vita facendo quella conversazione. Ora ho questa sensazione nello stomaco. Potrebbe essere lei quella giusta. È completamente pazza, in un modo che mi fa sorridere. È estremamente nevrotica. C’è molto da sopportare. Quella persona sei tu, Karen. Ecco la buona notizia. La brutta è che non so come fare per stare con te. E questo mi spaventa a morte. Perché se in questo momento non sono con te, ho la sensazione che ci perderemo, là fuori. Il mondo è enorme, cattivo, pieno di svolte e di cambiamenti. E le persone a volte si distraggono e perdono l’attimo. L’attimo che avrebbe potuto cambiare tutto. Non so cosa succederà tra di noi, e non so spiegarti perché dovresti perdere tempo con uno come me. Ma dannazione, tu profumi di buono.. di casa. E fai un ottimo caffè. Quello conterà pur qualcosa, no?
Chiamami.
Infedelmente tuo, Hank Moody
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Tratto da: Movieplayer.it
New York, una giornata piovosa a fare da contraltare al sole perenne di L.A., una Karen in lacrime guarda la TV che annuncia la morte della rockstar Kut Cobain: siamo quindi nell'aprile del 1994, e Karen annuncia a un Hank appena svegliatosi che Cobain si è suicidato, e lei è incinta. Con un breve scambio di battute veniamo a sapere che l'evento è decisamente indesiderabile: i due si conoscono appena, entrambi hanno altri impegni sentimentali (ma Karen dimostra di non avere dubbi sulla "responsabilità" di Hank, quando lui, con la solita eleganza, cerca di assicurarsene). Tra l'altro Karen, che in questa versione giovanile ha ciocche di capelli colorate e un fidanzato rocker, ma è sempre il solito schianto, rivela di essere conservatrice e antiabortista (!). L'intempestività della gravidanza, tuttavia, sembra prevalere, e Karen sembra accettare l'idea di interromperla per il sollievo di Hank. "Dovremo smettere di vederci però", aggiunge Karen. "Non è questo il modo di iniziare una relazione. Stiamo tradendo i nostri partner. Pensiamo a sistemare le cose ognuno per sé, e poi tra qualche tempo, se vorrai, potrai chiamarmi." "Non è così che funziona, nel grande, vecchio mondo", risponde Hank. "La gente ha la tendenza a perdersi di vista." "Beh, se succede, vuol dire che non era destino", conclude lei...
Poco dopo, in strada, i due si salutano, e Hank ammette che è stato bello condividere con Karen questo sgradevole momento decisivo. Lei però si volta a osservarlo e lo vede imbucare una lettera: era quello che attendeva. La lettera è stata scritta febbrilmente da Hank quella notte, e Karen ne conosce già il contenuto perché l'ha letta di nascosto: in essa, Hank parla di un incontro travolgente, di una donna difficile, nevrotica e divertente che potrebbe essere l'amore della sua vita; la cattiva notizia è che non sa come fare a stare con lei, non ha la maturità per una vera relazione ed è semplicemente terrorizzato. Ma a questo punto la palla è già nella metà campo di Karen, che lo richiama e gli chiede di accompagnarla a una veglia per Kurt Cobain. Ma è una canzone dei Pearl Jam, e non dei Nirvana, la malinconica e dolce Nothingman (da Vitalogy, album del '94 in cui non mancano i tributi a Cobain) che srotola il flashback attraverso i mesi e gli anni, con tutte le conseguenze di questa scelta dei due amanti, le conseguenze del loro "salto nel buio": gli anni burrascosi di un grande amore che non conosce noia, e l'immensa gioia dell'arrivo di Becca.
| inviato da cobra_kai il 19/1/2009 alle 12:31 | |
30 dicembre 2008
27. Beautiful
Jane's Cut
"I've found a way, a way o make you smile" "Ho trovato un modo, un modo per farti sorridere" [ R.E.M. - At My Most Beautiful ]
27. Beautiful
E il giorno affievoliva la sua luce. Da tempo a Jane non capitava di parlare spensieratamente, non notava come l’ambiente si stesse adattando al cambiamento d’orario. Le cime degli alberi da verdi si fanno viola e il contrasto col cielo tende a svanire… finché non sopraggiunge l’oscurità, fra gli sprazzi dell’iridescente luce dei lampioni. Non lo notava, e le capitava spesso da adolescente, quando si trovava a parlare dietro casa di Brenda, di fronte al giardino. Anche se quel giardino difficilmente reggeva il confronto con Central Park. E non era strano ricordasse quel periodo. Era più o meno da allora che non parlava liberamente con Catherine, sua madre. O almeno l’unica che considerasse tale. Jane le aveva raccontato dei suoi ultimi tempi a New York: ritrovare Lara, tante cose che l’avevano toccata in quei pochi giorni… Si accorgeva che era la prima a cui rivelava quelle sensazioni, in modo indiscreto. Per il resto, un accenno ai quattro anni passati in Europa. La parola "Londra" appena mormorata, sperando di non doverla ripetere. E a Catherine bastava quello. Sarebbe bastata qualsiasi cosa. Catherine da parte sua aveva raccontato del trasloco a Toronto, non facendo alcun riferimento alla sua ansia per Jane. Nicholas era coinvolto nella progettazione di un centro conferenze, un lavoro a lunga scadenza. Si sentiva orgogliosa di lui mentre ne parlava. Toronto era un gran bel posto, vi si trovava a meraviglia. In quel periodo si era ricordata dei suoi studi di pedagogia e aveva intrapreso l’attività di insegnante, ma in modo non comune. Si occupava dell’insegnamento doposcuola per le minoranze razziali, un’attività di volontariato. Era bello pensare di dare a qualcuno un futuro migliore, ma non si illudeva che quello sarebbe bastato. Era una piccola cosa che forse non avrebbe salvato nessuno dalla sua "situazione disagiata", per usare un eufemismo. Ma era un buon motivo per provare. A Jane ricordava le parole, lette da qualche parte, "È solo una goccia nell’oceano, ma se non ci fosse quella goccia all’oceano mancherebbe"1. Era stupendo sentirla convinta di quel che faceva, con un giusto equilibrio fra la dipendenza dal suo uomo e una sorta di emancipazione. Ricordava come si sentiva bene a discutere con qualcuno le sue opinioni, che crescevano nella piccola Mansfield, in modo equilibrato. Non l’avrebbe mai ammesso, allora. Eppure adesso le parole di sua madre le sembravano molto più di una semplice imposizione di valori. E in tutto questo le sembrava di aver imparato qualcosa. Fuori dal parco New York attraversava la complicata fase del rientro dopo una giornata di lavoro. Il freddo si faceva sentire anche più di prima, e d’un tratto Jane si accorge che la luce s’era affievolita. Di lì a poco sarebbe scomparsa del tutto. Dietro la casa di Brenda sarebbe stato il segnale che l’avvertiva di essere in ritardo per la cena. Per un attimo guarda Catherine con questo pensiero, era strano fosse lei a richiamarla. E, quasi scusandosi per l’interruzione: - Meglio che andiamo, mamma.
Per le vie del Chelsea camminavano appaiate, come vecchie amiche. E come solitamente accade la figlia era la più alta, e conseguentemente la più bassa era la più saggia. Catherine, dopo un breve silenzio: - Non ti ho detto tutto, sai… Mi son tenuta per te una sorpresa… E spero sia divertente… Guarda in basso e deglutisce. Poi riprende. - Devi sapere che io e Nicholas non ti abbiamo mai dimenticato, e soprattutto abbiamo sperato di poterti rivedere e spiegare tante cose che in quei pochi giorni non siamo riusciti a dirti… - Mamma, non c’è bisogno… - Sì, lo so che non dobbiamo parlare di tutto adesso. Solo, io e tuo padre non ti abbiamo mai considerato un fallimento, e non ci siamo mai pentiti di averti come figlia… Però noi, come te, siamo andati avanti, abbiamo continuato la nostra vita… E pensavamo fosse ancora il caso di fare qualcosa di buono… Si ferma un attimo, guarda Jane, e sorride. - So che non mi sono spiegata, comunque fra poco ti sarà chiaro. Volevo solo che capissi ciò che c’è di bello in questa cosa, senza che ti sentissi tradita… Perché non abbiamo mai voluto farlo. Jane era rimasta in silenzio e come interdetta, con le labbra socchiuse. Pensando a tutto quello che lei aveva combinato, le sembrava assurdo che Catherine parlasse così. Non voleva abbandonarsi ai pensieri, e risponde d’istinto. - Per qualsiasi cosa non vi potrei volere male. Davvero, siete stati così comprensivi, che io non credevo fosse possibile… - Ok, non aggiungere altro. Andiamo da Lara. Le ultime parole le aveva dette reggendola per mano, con naturalezza, e una certa fermezza. Come solo una madre può fare, senza risultare autoritaria. E Jane si sente rassicurata. Arrivate al locale Catherine entra per prima. Ormai si avvicinava la chiusura e i pochi clienti si apprestavano ad uscire. Jane dà un’occhiata al tavolino di Josh, anche se non c’era. - Siamo tornate! Alle parole di Catherine la porta della cucina si apre. Ma non esce nessuno, apparentemente. Il bancone del bar oscurava la visuale della parte inferiore della porta. Da lì sgattaiola una creatura festante, in un abitino bianco e rosso. I capelli nerissimi raccolti in un cerchiello e l’espressione di felicità spensierata che hanno solo i bambini. Corre ad abbracciare Catherine, gridando "ciao" con la sua voce acuta. E Jane esterrefatta, non può fare a meno di sorridere. Catherine prende in braccio la piccola, e si volge a Jane. - Questa è Kori… Kori, saluta Jane. - Ciao Jane. Le parole erano accompagnate dal tipico gesto della mano. Non appena dette Kori aveva cominciato a dimenarsi per scendere a terra, e probabilmente riprendere a correre. - Zia Lara ha detto che non sa quando tornate. Ho fatto la torta con lei, sai? Lara esce, col solito tempismo, dalla porta sul retro. - Oh, avrò raggiunto quest’età per farmi chiamare zia. Lo sai che anche Jane mi chiama zia? - Davvero? Kori guarda Jane con stupore. E Jane ride divertita. - Sì… Sai, Lara è zia di tanta gente. Kori continuava a parlare senza sosta, chiedendo a Lara se era zia di tutte le persone che passavano. Jane si stava riprendendo, e iniziava a fare mente locale. “Ho trovato un modo, un modo per farti sorridere”, come diceva Micheal Stipe. Quella bambina lo era veramente. Poi si accorge che Catherine la sta osservando, come per capire i suoi pensieri. Allora Jane la guarda, continua a sorridere. E sussurra quasi commossa: "È bellissima!".
At my most beautiful, "Alla mia più bella". Parole quasi stucchevoli da parte dei R.E.M. per esprimere affetto. Letteralmente "la più bellissima", come lo direbbe un bambino. E in quel modo le parole suonavano ancora più adatte. Kori teneva per mano Lara mentre si dirigevano a casa, non era per niente intimorita dal traffico di New York. Ogni tanto diceva "chi ha la casa là in alto?" indicando un grattacielo. Catherine e Jane le seguivano a breve distanza. - Quanti anni ha? - Quasi quattro, e vive con noi da circa uno. Sai, c’è voluto tempo per informarsi, svolgere le pratiche. Siamo anche andati in Kenya, io e Nicholas, per vedere dove abitava. Le procedure in Canada lo prevedono... È da lì che mi sono interessata all’integrazione dei bambini. Volevo fare qualcosa insomma… - Ti capisco benissimo. Jane annuiva leggermente, e pensava. Che Catherine neanche si prendeva i meriti di quel che faceva, non usava il buonismo di chi vuol far sapere che crede in una causa. È un’esigenza umana, dopotutto, quella di aiutare. Centra con il bisogno di non stare soli. "O i soli a godersi questo spettacolo", come piaceva dire a Brenda. Parlava della vita, e del fatto che ogni vita è così maledettamente collegata alle altre, da non poterne fare a meno. E per quanto ogni vita sia importante, ne esisterà sempre qualcuna che per te è più importante. Aveva ragione lei, come sempre. Jane capiva che per lei la vita di Catherine non era come tutte le altre. Se ne sentiva indissolubilmente legata, e se le stesse cose gliele avesse raccontate qualcun altro forse non le avrebbe capite. Forse nell’idea di cercare una casa c’è anche quella che certe persone sono importanti comunque, anche se non sei tu a deciderlo. E Catherine era una di quelle. E ovviamente l’avevano sfiorata dei pensieri negativi, che Kori fosse lì per sostituire lei che se n’era andata. E subito aveva sentito quanto fosse egoista, capito quanto fosse falso, fuorviante. Catherine era andata avanti con la sua vita, cercando di fare ancora qualcosa di buono, per se stessa e per gli altri. E guardando la piccola Kori si accorgeva che non poteva essere sbagliato. - Mamma, siete davvero speciali. Catherine la guarda rassicurata, e contenta. - Grazie. Ora andiamo a casa.
1Si tratta di parole di Madre Teresa
...per saperne qualcosa di + sui racconti di "Jane's Cut" clikka qui ...
| inviato da cobra_kai il 30/12/2008 alle 18:28 | |
26 dicembre 2008
...I thought I saw a smile...

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At My Most Beautiful (R.E.M.)
I've found a way to make you I've found a way A way to make you smile
I read bad poetry Into your machine I save your messages Just to hear your voice You always listen carefully To awkward rhymes You always say your name Like I wouldn't know it's you At your most beautiful
I’ve found a way to make you I've found a way A way to make you smile
At my most beautiful I count your eyelashes secretly With every one, whisper "I love you" I let you sleep I know you're closed eye watching me Listening I thought I saw a smile
I've found a way to make you I've found a way A way to make you smile |
A ciò che ho di più bello
Ho trovato un modo per farti Ho trovato un modo Un modo per farti sorridere
Leggo poesia scritta male Alla tua segreteria Salvo i tuoi messaggi Solo per sentire la tua voce Ascolti sempre con attenzione Le rime ingenue E dici sempre il tuo nome Come se non sapessi che sei tu A ciò che hai di più bello
Ho trovato un modo per farti Ho trovato un modo Un modo per farti sorridere
A ciò che ho di più bello Conto le tue ciglia, segretamente Ad ognuna sussurro "ti amo" Ti lascio dormire So che mi stai guardando, ad occhi chiusi Ascoltando Penso di aver visto un sorriso
Ho trovato un modo per farti Ho trovato un modo Un modo per farti sorridere |
...già, il testo di questa canzone è dannatamente "awkward", come dice lui ("awkward rhymes", rime dolciastre, cioè ingenue, non adattissime...). Cioè un testo dolce quasi dolciastro, da quanto è dolce... è "romantico", in quel senso di romantico che sconfina nel puro sentimentalismo, e ke fa sorridere per l'ingenuità... sempre se lo si legge pensando ad altre persone... Se invece si tratta di qualcosa di personale, se si pensa di essere una delle due persone, e ci si riconosce anche un minimo, cambia tutto... ed è questo il fatto ke qualsiasi cosa scritta non potrà mai superare, qui più che altrove: se non ci si coinvolge, se non si accetta anche solo un attimo di poter essere quello di cui si parla, non significa più niente. Ecco, Penso ke qui Micheal Stipe, e sarebbe tipico di lui, se ne sia perfettamente infischiato di qualsiasi cosa avrebbero detto su quello che scriveva, non ha cercato di salvare la faccia con immagini alte o metaforiche, ha semplicemente parlato della quotidianità più sfacciata, riguardo due innamorati... e se risulta dolciastro, forse, ciò non toglie sia senz'altro realtà trascritta in canzone... anzi, sentimento più che realtà... qualcosa che ci è ancora più familiare...
p.s.: Musica stupenda... Basta ascoltare l'intro per esserne innamorati... Il video qui sotto, se lo guardate, aggiunge un altro po' di zucchero, ma con stile... merita
...Vai all' Indice dei Testi...
| inviato da cobra_kai il 26/12/2008 alle 23:20 | |
17 dicembre 2008
..."È la vita degli altri che cerca di spiegare la nostra"...

Vivere di Riflesso (20-11-2008)
Vivere di riflesso è la condanna come in ogni romanzo è la vita degli altri che cerca di spiegare la nostra
E cos'è il passato se non un romanzo? storia su cui riflettere di cui si può parlare senza alcun rischio
Il momento presente è quello da cui si fugge per paura, di poter rimediare è il peso della responsabilità che ognuno preferisce tacere
E così siamo condannati a vivere di riflesso nelle nostre storie, rivisitate cercare insegnamenti in qualcos’altro fingendo non si tratti pur sempre di noi
...Vai all' Indice delle Poesie...
| inviato da cobra_kai il 17/12/2008 alle 19:35 | |
9 dicembre 2008
...Liberatio...

"Il potente spirito della libertà, dopo aver vagato per alcuni secoli di paese in paese, era finalmente arrivato anche a Londra. È difficile, anzi impossibile, definire quale stato d’animo in quale preciso momento ci spinga ad affrontare il pericolo, piuttosto che a continuare a sopportare e a soffrire. La causa di questo cambiamento è generalmente artistica o simbolica, alcuni direbbero eccentrica. Basta che qualcuno spari un colpo di pistola, o si mostri in pubblico in un’uniforme sconosciuta, o parli a destra e a manca di uno scandalo che i giornali non hanno menzionato, o si levi il cappello oppure non se lo levi, perché l’intera città sia in rivoluzione. Quando la folla, dopo aver rotto i vetri di parecchi negozi del signor Crooke, si diresse verso il Parlamento, la Torre di Londra, e poi prese la via per il mare, i sociologi, nascosti nelle loro cantine (per illuminarsi con l’oscurità) cercavano di spiegare in un modo o nell’altro questa improvvisa bufera scatenatasi in tanti animi umani; ma non riuscirono a scoprire il vero."
Gilbert Keith Chesterton - "L'Osteria Volante"
| inviato da cobra_kai il 9/12/2008 alle 23:3 | |
3 dicembre 2008
26. Proud
Jane's Cut
"That simply wasn't good enough to make us proud" "Quello semplicemente non è abbastanza per renderci orgogliosi" [ Alanis Morissette - Perfect ]
26. Proud
Ticchetta. Con le dita sul tavolo della cucina. L’altra mano a sorreggere il mento, e un’espressione seria, quasi arrabbiata. Era il modo migliore di contenere l’impazienza. Si era già alzata dalla sedia un paio di volte, per eseguire qualcosa di assolutamente inutile, e nella sua mente erano già troppe. Jane era impaziente, perché Catherine stava arrivando. Catherine. Erano passati una decina di giorni da Orient Point. Al ritorno aveva scritto una breve lettera, tutta d’un fiato, e imbucata il mattino seguente. Catherine aveva risposto con un telegramma: data e ora del suo arrivo a New York. "Grazie Jane" chiudeva il messaggio. E Jane la aspettava. Aveva la giornata libera, Lara era al locale. Catherine sarebbe arrivata con un taxi. Esattamente come lei, per la prima volta, sei anni prima. Ma non voleva pensarci, al passato, in quel momento. Non voleva farsi idee di come sarebbe stato. Voleva che succedesse di colpo: provare tutto quello che poteva, in un momento… Le era sempre piaciuto così, nonostante mille razionalizzazioni, che non aiutavano mai nessuno. Era quello che provava in certi momenti a farla sentire viva. Con tutti i rischi del caso… Ticchetta. Pensieri e pensieri ancora, per ingannare il tempo. Ma prima o poi il campanello avrebbe squillato. Catherine si trova in piedi davanti al palazzo. Non era la prima volta che ci andava, ricordava i primi giorni alla ricerca di Jane, lei e Nicholas. Senza risultati. E il suo ritorno, quasi a distanza di un anno, dopo la morte di Brenda. Jane si era rifatta viva, ed era di nuovo scomparsa, senza lasciare traccia. Allora aveva chiesto a Lara come le era sembrata. E Lara, con una certa pena, aveva detto che stava meglio di quando se ne era andata la prima volta. Ma questo poteva significare comunque piuttosto male. E Catherine a stento concepiva certi abissi. Ma era arrivata sull’onda della speranza. Speranza di una figlia perduta e ritrovata. Anche se non ragionava per parabole di certo la sua poteva considerarsi una versione moderna. Col genitore che torna dal figlio. Inevitabilmente. Trilla. E Jane trattiene il respiro. Si fissa immobile più di prima. Immaginava quanto sarebbe stato triste, per loro, se Catherine fosse salita, e magari avessero cominciato a piangere. No, stavolta era lei a doverle andare incontro. Scende in fretta le scale ed apre la porta. Catherine. È lì, coi bagagli a fianco, tentando di dire qualcosa. E trovando la forza si avvicina, sussurra "ciao", e l’abbraccia, in modo istintivo e rassicurante. Come Lara, qualche tempo prima. E Jane si sente sollevata, più di prima… Non se lo sarebbe aspettato. - Ti va se lasci le valige in entrata e usciamo a farci un giro? Sai, non mi va di stare qui ferma… - Sì certo. Va Benissimo… Jane posa le valige e Catherine prende gli occhiali scuri. Avrebbe dato meno negli occhi, a tutti. Jane chiude la porta e prende per mano Catherine, come a mostrarle la strada. Catherine aveva un tailleur marrone, stava benissimo. Le dava il tono della signora ma pur sempre giovanile, sicura di sé. Emozionata, ma Jane avrebbe detto fosse sicura anche in quel momento. E pensava che un genitore dovrebbe sempre esserlo con il figlio. - Mamma, andiamo. Catherine sorride, e cominciano a camminare per Manhattan. Pochi passi in silenzio, poi Catherine sbotta a ridere, come per una reazione nervosa. - Certo ne avrai di cose da raccontarmi… dov’è che si và? - Non ne ho idea… Jane era uscita di casa vestita leggera, si era fatta ingannare dalla luminosità del giorno. Aveva fatto tutto alquanto di fretta. Eppure sapeva dove andare, d’istinto. - Sei mai stata al parco? - Sì… oddio, non ricordo più quando… Jane sorride. - Già, penso sia ora di rivederlo.
Una breve corsa in metropolitana e una panchina a Central Park. Praticamente una città dentro al parco nel primo pomeriggio. Un posto come un altro per perdersi fra la gente, solo senza il cemento. - Davvero belli i tuoi capelli. Sai, quando ti ho rivista mi sono ricordata di te a 16 anni, con questi bellissimi capelli. Poi invece se ti guardo penso che sei molto più bella adesso. Sei più donna di quanto mi aspettassi… - Ho imparato a crescere in fretta. Aggiunge Jane, sorridendo, e toccandosi i capelli. - Grazie per i capelli, ma non sono tutti veri… Li avrei più corti. È stata zia Beth, sai? - Zia Beth? E quando l’hai vista? - Beh, ti spiegherò, un po’ alla volta. Ti spiegherò tutto, non preoccuparti… - Sì, tranquilla, abbiamo tutto il tempo che vuoi. Jane si sente rassicurata. E riesce un po’ a superare il peso di quel momento. Era un peso che riguardava se stessa, il doversi raccontare, e non essere esattamente contenta di quello che aveva fatto. Ma quel peso era felice di sopportarlo, non avrebbe voluto altro che parlarne. Sentiva che un po’ tutto quello che aveva fatto, da quando era tornata a New York, era rivolto a quel momento. Era il modo per andare avanti, ma non solo, era ciò che più la rendeva felice. Quell’idea di felicità che non è fatta di momenti, che arrivano e se ne vanno, ma quella che costruisci col tempo. Come una torre, mattone dopo mattone, e sai che se lo fai nel modo giusto non puoi ricadere in basso. - Quattro anni fa, prima che me ne andassi da New York, Lara ti ha parlato di… - Lara mi ha detto quel che bastava per non dichiararti scomparsa, e non chiamare la polizia. - Già, non era l’idea migliore… Jane si rendeva conto di come avesse impedito in ogni modo a Catherine e Nicholas di rivederla. Come un sequestro di persona. Aveva invaso anche la loro libertà… - Vedi mamma, te lo dico ora perché non so se riuscirò più a ridirtelo. Sono… impressionata, e orgogliosa di come sei riuscita in tutti questi anni a non odiarmi, ad aspettarmi, senza obbligarmi a nulla… Non so davvero dove hai trovato la forza, e non credo proprio di meritarlo… Ma sono contenta, davvero… Che quando sono tornata ci fosse stato qualcuno che avesse pensato a me, per tutto il tempo, senza ricevere niente in cambio… Avrebbe poi voluto dirle che le sue lettere erano state così importanti, grazie a loro sentiva di dover essere migliore. E che se qualcuno pensava a lei allora era certa che la sua esistenza avesse valore, a differenza di quando guardava solo a se stessa… Concetti sempre più logici e razionali, e meno istintivi… Non riuscì a esprimerli perché a quel punto Catherine l’aveva abbracciata forte, incurante della gente che popolava il parco. Perché a Catherine sembrava di aver ricevuto qualcosa che nessuno crede di meritarsi, che verrà sempre considerato un "di più" rispetto alla comune esistenza. Sua figlia l’aveva perdonata, e per lei era come se fosse tornata a vivere. Era stata una precisa parola a farglielo capire. Ricordava una canzone di Alanis Morissette, di quelle che Jane ascoltava a ripetizione, in cui una figlia spiega cosa si prova di fronte al giudizio dei genitori. "Quello semplicemente non è abbastanza per renderci orgogliosi", certamente espresso con parole diverse. Descriveva un bisogno represso dei figli, che i genitori fossero orgogliosi di loro… Ora, dopo tempo, Jane diceva di essere orgogliosa di Catherine. E quella parola era ancora così dannatamente importante… Non si dice quando si stima semplicemente qualcuno. Essere orgogliosi presuppone appartenenza, essere parte di qualcosa con l’altro. Essere, in quel caso, una famiglia. E Jane l’aveva detto con spontaneità, senza pensarci. Quello bastava a ripagarla di tutto. Non c’era bisogno di altro per sentirsi privilegiati. E felici, quel giorno, sulle panchine di Central Park.
...per saperne qualcosa di + sui racconti di "Jane's Cut" clikka qui ...
| inviato da cobra_kai il 3/12/2008 alle 18:52 | |
1 dicembre 2008
...Stramarcio!
| inviato da cobra_kai il 1/12/2008 alle 12:44 | |
26 novembre 2008
...three candles...
 ...allora allora allora, come da tradizione in questo giorno metto una foto di una città particolarmente significativa, nel caso barcellona, nel caso una casa di gaudì, architetto mica da poco (ma adesso c'è Calatrava, vuoi mettere...), e in ogni caso è una cosa ke dà un certo colore al blog, o per lo meno un certo tono all'ambiente, come direbbe Drugo riferendosi al suo tappeto in "il grande Lebowsky"... ma ho come l'impresione di perdere il c.d. nòcciolo della questione, nel senso ke se si parla di tradizioni, quelcosa da commemorare pur sempre ci sarà, e sarebbe davvero imbarazzante se nn vi foste ricordati ke oggi, proprio quest'oggi, sta succedendo qualcosa di inverosimilmente fondamentale,
cioè, tanto per farla breve
Uèèèèèèèèèèèèèèèè
COMPIO 3 ANNI!!!
e con "compio" intendo proprio
IL BLOG, EVVIVA, EVVIVA!
già, quando mi ci metto io con i festeggiamenti sì ke sono originale, come per tutto il resto d'altronde, e per l'occasione, oltre alla photo barcellona(u)ta, si torna indietro! Invece ke andare avanti! (e qualcuno con aria poco allegra potrebbe aggiungere che siamo pur sempre in italia, eh)... il concetto, del ritorno, si estrinseca bene con il vecchio sfondo e la vecchia tool (quest'anno nn lo spiego cos'è, andatevi a vedere il post di compleanno dell'anno scorso...), ma onde evitare spargimenti di lacrime e malinconia di vivere il tutto nn durerà neanche troppo, lo prometto. X ki nn se ne fosse accorto pure la song ha a ke fare con il ritorno, dato ke si tratta dei (nuovi) Guns n' Roses (cioè praticamente Axl Rose) ke si sono riuniti precisamente x l'occasione del compleanno sopraccitato, e hanno pure sfornato un album con un 3-4 canzoni accettabili, su 14... nn è da tutti...
Ah, nn ho finito, checchè se ne dica, e faccio una cosa ke voi tutti dovreste fare, ingrati, lascio questo piccolo regalino (per gli amici cadò) al nostro pur sempre bello blog (fategli complimenti ke se no si offende). Questo è un video girato di mio pugno (con i cellulari ora si può dire anche questo) di un mio viaggio venezia->mestre (anzi no, un altro posto più preciso, ma ve lo lascerò scoprire...), cioè la normalità più assoluta di chiunque vada a studiare in una città ke poggia sull'acqua, il che tanto normale a ben pensarci nn è... ma noi siamo i privilegiati, eh sì...
cadò
ciao a tutti
ve vojo ben!
| inviato da cobra_kai il 26/11/2008 alle 20:46 | |
20 novembre 2008
...the knot is standing still
 ...foto: somewhere I don't know...
"What twenty years at last will give She can't make him stop She can't make her stop but he knows she will"
"He's fingering with her feelings' glue But the frequency can make 'em stop (The knot is standing still)"
Giardini di Mirò - The Conforting of a Transparent Life
| inviato da cobra_kai il 20/11/2008 alle 17:27 | |
8 novembre 2008
...Gone Baby Gone...

"Ho sempre pensato che sono le cose che non scegliamo a renderci quello che siamo la nostra città, il nostro quartiere, la nostra famiglia… per la gente di qui queste cose sono motivo d’orgoglio, quasi fossero un merito... anime con dei corpi intorno… città che li racchiudono"
Grande storia, grande Ben Affleck alla regia in questo film che segue in un certo modo Will Hunting, stesso posto, stesse strade... Casey Affleck perfetto, meglio ancora Michelle Monaghan e Ed Harris, quello ke penso sulle tematiche l'ho scritto dopo, qui volevo solo dire ke è un gran film, uno dei miei migliori in assoluto...
...Vai all' Indice dei Film

La punizione dei giusti
Non è mai vero ke fare la cosa giusta ti premia, nel senso, ti dà un vantaggio immediato. Spesso è vero il contrario. Perchè in certi momenti il mondo intero dice una cosa diversa e per quanto forte lo dice, per la convinzione mostrata da tutti, sembra impossibile che non sia giusto. Eppure non lo è, e se ci pensi lo sai. In certi momenti è così dannatamente comodo, dopo aver fatto di tutto per rigare dritto, ogni giorno, senza ke nessuno ti possa dir niente, cercando di essere dannatamente un gradino sopra gli altri, dire "io non sono come loro"... a quel punto se fai una cosa diversa, che può sembrare giusta anche se non lo è, nessuno ti verrà a dir niente, tutti direbbero "ha sempre fatto la cosa giusta, ora si merita di sgarrare, almeno una volta"...
Ecco, è tutto qui "Gone Baby Gone". Al di là del Thriller, certam coinvolgente, e della trama più che soddisfacentemente inaspettata, della storia di posti che per quanto "americani" sembrano dimenticati da Dio, e via e via... Tutto perfetto, il contorno, la vicenda, tutto "ok", finchè a più riprese c'è questo conflitto, il continuo chiedersi "ma fino a che punto devo essere giusto?". Se la giustizia, ad esempio, avvantaggia chi non lo merita, se per una volta puoi rimettere in pari tutte le ingiustizie del destino? Sostituirti a chi ha scelto tutto, per capirci...
Ecco, dal mio personale punto di vista l'errore è tutto nella frase di poco prima, il ragionamento alla "io non sono come loro". Non è sufficiente a giustificare una condotta di vita, quello. Se vivi, non lo fai per essere "meglio degli altri", o almeno "sopra uno standard", non è una dannata lotta a chi è migliore... La domanda giusta, a mio parere, è "cosa vuoi essere?". A cosa aspiri per te stesso? Ti piace quello che sei? Lasciando stare ogni confronto, quest'idea di relativismo che se picchi un po meno della massa sei uno buono, se spari, se spacci, se mercanteggi i tuoi principi giusto un po meno degli altri, sei dalla parte giusta... Non funziona così... è facile vedere le conseguenze di questa idea... Chi si comporta così non migliora di una virgola il mondo, cerca solo di passare indenne lo schifo che si trova attorno, dicendo "non è colpa mia"... Ecco perchè Casey Affleck fa la cosa giusta... Ma non a tanti (nemmeno a me) è facile accettarlo...

| inviato da cobra_kai il 8/11/2008 alle 10:16 | |
3 novembre 2008
...Scotland Yards...
...pausa di studio: evadiamo nel profondo nord della Scozia!...





...questa sembra o nn sembra un sottomarino? XD...
| inviato da cobra_kai il 3/11/2008 alle 15:2 | |
28 ottobre 2008
25. Special
Jane's Cut
"It's times like these, you learn to live again" "Sono i momenti come questi in cui impari a vivere di nuovo" [ Foo Fighters - Times Like These ]
25. Special
Tira il fiato. Un sospiro lungo e benefico, come per rallentare il tempo. Non che si sentisse preoccupata o appesantita, più che altro cercava di rilassarsi. La mattina al locale era trascorsa senza incidenti, le andava solo di fare le cose con calma, come non accadeva da tempo. I pochi giorni di stacco a qualcosa erano serviti. Un leggero sorriso l’aveva accompagnata per tutto il mattino. Una certa tensione era pur sempre presente, ma il lavoro riusciva ad affievolirla, le dava un’incredibile sensazione di equilibrio. Decisamente non vi era abituata. L’avrebbe detto impossibile solo pochi giorni prima. Sovrappensiero Jane si volta dal bancone con un vassoio in mano. C’è un ragazzo seduto ad un tavolino in fondo alla sala. Chi l’avrebbe detto. - Salve Joshua. Cosa ti porto? Lui alza la testa leggermente, con l’ espressione vagamente pensierosa. La guarda per un attimo. - Un caffé va benissimo. - Ok. Jane ritrae il vassoio e in un attimo torna con la tazza. Mentre versa il caffé aggiunge. - Hai niente da raccontarmi? - Beh, storie interessanti di certo ne hai più tu… Accenna un sorriso mentre risponde. Non dava segno di imbarazzo. O forse lo nascondeva bene. - Posso chiederti da quanto lavori qui? - Non da molto. La padrona del locale è una vecchia amica, mi sta dando una mano… La faccia di Josh si faceva più interessata. E Jane neanche sapeva perché si raccontava in quel modo. Solo la faceva stare meglio. - Se aspetti un attimo servo quei due e poi facciamo due chiacchiere. Hai fretta? - No, figurati. Ti aspetto. Decisamente troppo intraprendente, si ripeteva mentalmente. Era abituata a far parlare solo gli uomini, li rende così sicuri di sé… Non le importava. Sapeva che doveva essere venuto solo per lei. - Ecco fatto. Allora, sei pensieroso di carattere o solo non sei portato per il dialogo? - In realtà pensavo di offrirti qualcosa, ma non sarebbe carino farti lavorare anche nel tuo momento di pausa… - Hey, non scherzare! Volevo fare io la parte di quella che tira su il morale, no? - Ok, allora te la lascio. Mi riesce benissimo quella del triste-depresso. Un altro sorriso, stavolta più convinto, da parte di Jane. - Ok, allora sei costretto a raccontare qualcosa. Tipo, come mai da queste parti? Domanda di cui conosce bene la risposta. Ora toccava a lui dissimulare. - Sono in pausa dal lavoro. Non è molto distante da qui. Era un po’ che non capitavo da queste parti, ma ci venivo spesso… Tu invece, dove sei stata negli ultimi giorni? Ho visto che qui era chiuso… - Qualche giorno di vacanza, niente di che. Non che qui sia pesante lavorare… Mi ci trovo bene, sembra quasi di essere in famiglia. Poi Lara è fantastica… - Hey, chi si vede. Lara neanche a dirlo era sbucata dal bancone, alle spalle di Jane. E quelle parole erano incredibilmente rivolte a Josh. - Buongiorno Miss Giacomelli. Cos’è, gli anni non passano per te? - Oh, smettila… Una risata amichevole da parte di Lara, e gesti molto familiari. Due baci, la moda italiana per salutare qualcuno. Jane era in disparte, a dissimulare il suo sconcerto. - Vedo che hai conosciuto Jane allora, la mia nipotina. - Nipote? Davvero? - Per te è come se lo fosse… Il tono di Lara era quello di un amichevole rimprovero. E Jane, impaziente e silenziosa. Con lo sguardo interrogativo verso Lara. Che si affretta a parlare. - Oh, avrai conosciuto Josh allora. Hai a che fare con la futura stella di Broadway. - Non dire così, che magari qualcuno ci crede… - No, lascia stare. I miei complimenti non si rifiutano, sai… Beh, ora vado che qui non bada nessuno ai clienti. Mi raccomando, salutami prima di andartene. - Sarà fatto… Josh risiede ancora mezzo sorridente. Jane è vagamente contrariata. - Ok, conosco Lara se non si è capito. E condivido, è una persona fantastica. Strano che non ci siamo incontrati prima… Ma tu sarai in città da poco immagino. - Già. Non ti nascondere comunque, se ho capito bene sei un attore. Pretendevi di non dirmelo? - Beh, non sono abituato a presentarmi così… Comunque, non è quello che faccio per vivere. - Non c’entra. Ora mi dovrai spiegare per bene. Non adesso però, devo riprendere. Ci sei stasera, alla chiusura? - Ok. Ti ho detto, non lavoro lontano da qui. - Bene. Se non ti vedo lo farò presente a Lara. So essere molto convincente. - Questo l’avevo capito… Ci vediamo dopo per la mia tazza di tè. - Ok. Ciao. Al saluto era lecito fare convenevoli. Rende tutti più sicuri delle proprie azioni. Anche Josh ne era al corrente. Un tocco di leggerezza alla giornata di Jane, e un sorriso più evidente.
"Sono i momenti come questi in cui impari a vivere di nuovo". Dave Grohl cantava una canzone così piena di immagini, ricorrenti nella vita di tutti i giorni. Ne erano passati solo pochi da quando aveva visto nuovamente Josh, e dentro lei si sentiva più tranquilla. Sembrava davvero tornata a una certa “normalità”. Negli ultimi tempi si era impegnata a fondo, e i suoi demoni cominciavano a diradarsi. Assaporava nuovamente il piacere di passeggiare per Manhattan la sera. Viveva l’ansia in modo più sereno. Forse era quello il significato di imparare a vivere di nuovo. - Così tua madre arriva domani. Da quanto non vi vedete? - Cinque anni. Giorno più, giorno meno. Ascoltava Josh. Si chiedeva se a seguire le sue parole fosse il silenzio o solo una lunga pausa. Non aveva imparato a conoscerlo così bene, ma non sembrava tipo da cercare le parole per spezzare la tensione. Diceva esattamente quello che sentiva, quando lo voleva. Questo lo rendeva sincero, anche se spesso era costretto a tacere. Silenzi che dicono più di molte parole… O forse era solo una sua costruzione mentale. Le andava di giustificarlo, dopotutto. - C’è qualcosa che ti preoccupa? Josh la guardava. Era una domanda sincera. Non necessariamente legata a ciò di cui parlava prima. - Non so… sento che potrebbe andare tutto benissimo, ma non sarebbe giusto… sarebbe troppo per me capisci… sono stata io ad andarmene dopotutto. - Potresti aver ragione, io non so com’è andata… Josh alza la testa, aspetta un attimo, come per essere sicuro di quello che stava per dire. - … ma "giusto" passa in secondo piano se si tratta far star meglio tutti… non è mai giusto evitare qualcosa di bello… e penso che domani, fra te e lei, sarà bellissimo … Ora Josh guardava davanti a sé. E Jane non capiva se lo diceva solo per lei, o se lo faceva per spiegare il suo modo di vedere, in generale. O se lo diceva perché riguardava anche lui, in un certo senso. La cosa migliore, pensava, era se lo stava facendo per tutti quei motivi. Era un caso raro, pensava, trovarsi d’accordo con le varie parti di sé stessi, sotto vari punti di vista. Raramente succede: quando vedi le cose con una chiarezza più generale, se guardi alla tua vita nel suo insieme. Ed è splendido se succede grazie a qualcun altro. D’altronde, è sempre così. Qualcuno mette insieme i tuoi pezzi, e ti mostra quello che non credevi di essere. - Grazie Joshua. - Prego Rachel. Jane lo guarda colpita. - Ho pensato che anche per te ci voleva un nome diverso. Così non sarai sempre tu a farmi sentire speciale quando parli… Speciale… non "particolare", aveva proprio detto "speciale". Josh non sembrava persona da dire certe cose con leggerezza. Era difficile penetrare i suoi pensieri, ma in certi momenti ti faceva sentire dannatamente speciale. Senza sforzarsi, come se lo fossi sempre stato. Mentre Jane non l’aveva mai creduto veramente. Appoggia la testa alla sua spalla, camminandogli accanto. Mentre Josh continua, silenzioso, il suo tragitto. Ora non si chiedeva se si trattava solo di una lunga pausa. In quel momento non c’era altro da dire.
...per saperne qualcosa di + sui racconti di "Jane's Cut" clikka qui ...
| inviato da cobra_kai il 28/10/2008 alle 14:22 | |
24 ottobre 2008
...I'm the one that drives away, then follows you back home...

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Times Like These (Foo Fighters)
I I’m a one way motorway I'm the one that drives away Then follows you back home
I I’m a street light shining I'm a wild light blinding bright Burning off alone
It's times like these You learn to live again It's times like these you give and give again It's times like these You learn to love again It's times like these time and time again
I I’m a new day rising I'm a brand new sky To hang the stars upon tonight
I I’m a little divided Do I stay or run away And leave it all behind?
It's times like these You learn to live again It's times like these you give and give again It's times like these You learn to love again It's times like these time and time again |
Momenti Come Questi
Io Sono un'autostrada a senso unico Sono quello che svolta da un’altra parte E poi ti segue fino a casa
Io Sono una luce che brilla sulla strada Sono una luce selvaggia ed accecante Che brucia solitaria
Sono i momenti come questi In cui impari a vivere di nuovo Sono i momenti come questi in cui dai e dai ancora Sono i momenti come questi In cui impari ad amare di nuovo Sono i momenti come questi, momenti e momenti ancora
Io Sono un nuovo giorno che nasce Sono un cielo nuovo di zecca Per reggere le stelle stasera
Io Sono un po' diviso Devo restare o scappar via E lasciarmi tutto alle spalle?
Sono i momenti come questi In cui impari a vivere di nuovo Sono i momenti come questi in cui dai e dai ancora Sono i momenti come questi In cui impari ad amare di nuovo Sono i momenti come questi, momenti e momenti ancora |
...Qualcuno ricorda il video di questa canzone? Quello in cui i Foo Fighters suonavano sotto un ponte, e la gente ke passava sopra buttava sotto di tutto... Sempre colpito quel video, per il fatto si trattasse del liberarsi di qualcosa, non di ricevere: "sono tempi come questi in cui dai, e dai ancora", e questo era legato a "imparare a vivere di nuovo"... In effetti è proprio vero che in certi momenti ti devi liberare, letteralmente, devi lasciare andare qualcosa di superfluo, che ti ingabbia, e assaporare l'idea di "felice e sconfinato", un po come succede nella foto in alto, per capirci... Sono cose che aiutano a crescere, momenti che significano qualcosa... Momenti, esatto, non durano per sempre, prima o poi tutto torna a una certa normalità, anche se dentro qualcosa è cambiato... Non si tratta di momenti in cui vivere per sempre, non si tratta di nulla di troppo stabile, perchè a un certo punto la sensazione se ne va, e se cerchi di ritrovarla, esattamente com'era, non ci riesci... si tratta di rivelazioni casomai, che non giungono mai attese, ma non giungono nemmeno a caso... giungono per farti capire qualcosa, per farti ritrovare una parte di te di cui ti eri dimenticato, per dirti che non è tutto abitudine e reazione... ...Poi torna la calma... ed è lì che entri in gioco veramente... puoi fingere che nulla sia successo, e continuare esattamente come prima... o puoi cercare quella parte di te che hai scoperto, provare a non dimenticarla... per conoscerti meglio, stupirti di te stesso... in altre parole, crescere
...Vai all' Indice dei Testi...
| inviato da cobra_kai il 24/10/2008 alle 14:40 | |
16 ottobre 2008
...You know, that thing we cannot trade, or ever own...

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Appalachian Springs (The Verve)
Does anybody know where we're really gonna go? I was wondering if we got that real soul You know that thing you cannot trade Or ever own Does anybody know where we're really gonna go? I was wondering if we got that real soul You know that thing we cannot trade Or ever own
Solitude, a sacred mood Appalachian springs, all my days Took a step to the left, took a step to the right Saw myself, and I wasn't quite right Are you?
Does anybody know where we're really gonna go? I was looking for answers in the soul You know feelings that a man can't control I let the fire burn bright in the dead of night As the only cheat here, I told a lie I said that I would never be On this side
Took a step to the left, took a step to the right And I saw myself, and it wasn't quite right Took a step to the left, I took a step to the right I keep it together
And I was waiting for my number called Like a bingo calling, singing in his soul He said I'm number 69, I said okay
'Cause solitude, my sacred mood Appalachian springs, all my days
Took a step to the left, took a step to the right And I keep it together, you know I'm not right Took a step to the left, I took a step to the right I'm gonna keep it together
Does anybody know where we’re really gonna go? I was wondering if we got that real soul You know the thing we cannot trade Or ever own, or ever own...
Oh Lord, I'm coming home Feel so young, I don't know where I have gone
I took a step to the left, I took a step to the right And I saw myself, and I wasn't quite right Yeah, slip into the dreams Slipping out, slipping in and out of the dream |
Sorgenti degli Appalachi
Qualcuno sa dove stiamo realmente andando? Mi sono chiesto se avessimo una vera anima Sai, quella cosa che non puoi negoziare O che hai sempre posseduto Qualcuno sa dove stiamo realmente andando? Mi sono chiesto se avessimo una vera anima Sai, quella cosa che non puoi negoziare O che hai sempre posseduto
Solitudine, uno stato d’animo sacro Le sorgenti degli Appalachi, tutti i miei giorni Fatto un passo a sinistra, fatto un passo a destra Ho visto me stesso, e non andavo molto bene E tu?
Qualcuno sa dove stiamo realmente andando? Ho cercato delle risposte nell’anima Sai, sentimenti che un uomo non può controllare Ho lasciato il fuoco bruciare luminoso in piena notte Come fossi l’unico truffatore, ho detto una bugia Ho detto che non avrei mai voluto essere Da questa parte
Fatto un passo a sinistra, fatto un passo a destra E ho visto me stesso, e non andava molto bene Fatto un passo a sinistra, ho fatto un passo a destra Tengo tutto insieme
E ho aspettato che chiamassero il mio numero Come uno al bingo, cantando nella sua anima Ha detto che sono il numero 69, ho detto ok
Perché la solitudine, il mio stato d’animo sacro Le sorgenti degli Appalachi, tutti i miei giorni
Fatto un passo a sinistra, fatto un passo a destra E tengo tutto insieme, sai che non vado bene Fatto un passo a sinistra, ho fatto un passo a destra Terrò tutto insieme
Qualcuno sa dove stiamo realmente andando? Mi sono chiesto se avessimo una vera anima Sai, le cose che non puoi negoziare O che hai sempre posseduto, sempre posseduto...
Oh Signore, sto tornando a casa Mi sento così giovane, non so dove sono andato
Ho fatto un passo a sinistra, ho fatto un passo a destra E ho visto me stesso, e non andavo molto bene Già, scivolo dentro ai sogni Scivolo fuori, scivolo dentro e fuori dal sogno |
...beh, appena ho sentito questa canzone mi è venuta in mente la copertina dell'album (vedi sopra), penso proprio ke il significato si rifaccia molto a quell'imagine splendida... ...perchè a volte conviene partire dalle immagini per spiegare qualcosa di profondo, come questo testo, un ripetersi di immagini molto evocative, la musica ke procede su un'unica idea, e nn ti stanca mai... è l'ultima canzone dell'album, e sembra un vero punto d'arrivo, e allo stesso tempo una ricerca: "qualcuno sa dove stiamo realmente andando?" "ho cercato risposte nell'anima"... è il pensiero per cosa succederà alla fine di tutto, qualcosa di cui nn si può dire molto, e allo stesso tempo nn si può fare a meno di pensarci... e ragionare su quello ke si è fatto, se ne è valsa davvero la pena... perchè è la morte a dare veramente importanza a quello ke facciamo, se non ci fosse tutto potrebbe essere rimandato senza troppi problemi, tutto potrebbe essere "come se nn avessimo ancora iniziato a vivere", seriamente, per lo meno... ...Richard Ashcroft dice della sua vita "ho fatto un passo a sinistra, uno a destra" e sostanzialmente quello ke ha visto alla fine non gli è piaciuto molto, come se tentare un po di tutto alla fin fine non gli abbia lasciato quanto si aspettava, e in parte sia stato una perdita di tempo (qui si parla di mia libera interpretazione, perchè altrim nn si saprebbe proprio che dire)... Ci sono due passaggi che staccano dal resto, e mi hanno colpito: "ho detto una bugia, ho detto che non avrei mai voluto essere da questa parte", per come lo intendo si riferisce a "questa parte" della vita, quindi la bugia è "non avrei mai voluto vivere", nell'al di qua per capirci. Ed è effetivamente vero, ke quando si dice o si pensa una cosa del genere è sostanzialmente una bugia, perchè in tante occasioni si sta male, e quello ke si pensa è figlio della sofferenza, non della ragionevolezza. In quei momenti sembra davvero che nulla abbia senso, ma da come la vede lui, in un ipotetico momento finale, nel tirare le somme scopre ke si trattava solamente di mentire a se stesso... L'altra passaggio è il finale: "scivolo dentro ai sogni, scivolo dentro e fuori dal sogno". Tutto quel che si è detto potrebbe essere semplicemente un sogno. Oppure la vita stessa, nel momento che è finita, può essere solamente un sogno. Oppure sono i momenti in cui pensi a queste cose, ke sono "sogni ad occhi aperti", in cui poterti rintanare quando vuoi, entrando e uscendo dal sogno per così dire. Momenti di pace a cui puoi ricorrere sempre. Fantasticare e ragionare su questioni importanti, ma senza sentirne il peso. Una cosa veramente bella, a pensarci...
...Vai all' Indice dei Testi...
| inviato da cobra_kai il 16/10/2008 alle 22:15 | |
6 ottobre 2008
24. Family
Jane's Cut
"How much I'll let the fear take the wheel and steer?" "Quanto lascerò che la paura tenga il volante e sterzi?" [ Incubus - Drive ]
24. Family
Terso. Il cielo era lucido e terso. Così strano guardare il mare senza vederne la fine, senza ponti, navi, aerei. Da New York sembrava che l’Uomo avesse colonizzato perfino l’oceano. Bello, pensava spesso, che New York non si conformasse affatto all’ambiente naturale. Dalle sue parti grattacieli e statue alte centinaia di piedi in mezzo al mare erano diventati il “paesaggio naturale”. Ma Jane non immaginava che neanche a troppa distanza da quel posto si potessero vedere mare e cielo così tersi e incontaminati. Orient Point era il limite ultimo di Long Island. L’isola che partiva dal centro di New York, e si indirizzava sempre più a est, per almeno una cinquantina di miglia. Mano a mano che ci si allontanava le strade erano più semplici, i grattacieli meno pronunciati, finché si intravedevano addirittura delle spiagge. Spiagge come quella da cui Jane contemplava l’oceano quel mattino. La famiglia Giacomelli possedeva quella tenuta a Orient Point chissà da quanto tempo. E i suoi membri non avevano perso la tradizione di ritrovarsi in occasione delle feste. Erano pur sempre italiani, di sangue. L’occasione era il settantaduesimo compleanno del vecchio capofamiglia, Micheal Giacomelli, zio di Lara. Lara non aveva proposto a Jane di venire. L’aveva messa giù così. - Tra due giorni chiudiamo per il fine settima, si va in ferie... una vacanza farebbe bene anche a te, quindi dopodomani partiamo per Long Island. Mancava solo che chiedesse “Obiezioni?”, ma tanto sapeva che, ce ne fossero state, non si sarebbero cambiati i piani. Jane, da parte sua, sapeva che aveva un debito di riconoscenza verso Lara, e anche volendo non avrebbe potuto rifiutare. E poi c’era un particolare. Non voleva rifiutare. Si scuote un attimo dai suoi pensieri. Un bambino correndo per la spiaggia le passa accanto, sfiorandola. Non smette di ridere, in un modo libero e innocente. Innocente... parola che si adattava alla perfezione a quella risata. Lui rallenta, si volta verso Jane. Continua a camminare all’indietro, coi capelli a caschetto biondi e il maglione giallo, risaltava fra i colori opachi del paesaggio. - John, dove stai correndo? Più indietro era rimasta una donna dai capelli rossi, e dal lungo cappotto grigio. Si dirige verso Jane. - Scusami, non lo tiene fermo nessuno. Ti ha disturbato? - No, assolutamente. Jane aveva risposto cordialmente, e con un lieve sorriso, si era poi voltata a guardare il bambino, seduto sulla sabbia che armeggiava con dei piccoli rami. - Quanti anni ha? - Quattro. Li ha compiuti pochi giorni prima di suo nonno Michael. Scusami, non mi sono presentata. Miranda… - Jane, piacere. - Ti ho visto ieri sera alla cena. Sei l’amica di Lara, vero? - Già. Sono un’intrusa da queste parti… Miranda ride in modo contenuto, ma sincero. Nel farlo posa una mano davanti alla bocca con fare educato. Le si addiceva, con quella corporatura alta e asciutta. Appariva matura, e pur sempre una bella donna. - Non so quanto tu sia veramente un'"intrusa". Noi della famiglia non facciamo molte distinzioni quando ci ritroviamo. Chi c’è fa parte della famiglia, punto. Jane ha le mani in tasca, abbassa un attimo la testa. - Già. Ma non è lo stesso… Non sapeva se continuare, ma le parole lasciate in sospeso a lei non piacevano. - È come un rifugio, credo, la famiglia… qualcuno su cui contare comunque vada… Pensava tra sé che Lara era stata così, per lei. Era fantastica, ma lo stesso sentiva che far parte di una famiglia è qualcosa di diverso. - Beh hai ragione. Non è mai “casa” finché non è la tua. Miranda prende in mano una sigaretta, fa il tipico gesto per accendere. - I tuoi sono di New York? - No, decisamente. Ma io mi sento come se ci fossi nata… è la mia città, insomma. - Io penso che per noi americani cercare casa sia una vocazione. Sai, in Europa sono molto più legati alla propria terra… Per loro"casa" può essere unicamente dove sono nati. Qui è diverso… ognuno cerca il suo posto, ed è pronto a cambiare se serve… Si ferma un attimo, tira una boccata dalla sigaretta. - Ma se parli di “casa” come un posto a cui tornare, per me ci sarà sempre qualcuno legato alla tua infanzia, chiunque sia. Qualcuno che ti conosceva prima che diventassi come tu ricordi… Jane a quel punto assume un’espressione pensierosa. Come se qualcosa a cui non voleva pensare fosse tornato alla mente. John giocava seduto sulla sabbia. Per un momento alza la testa, e sorride a sua madre. In quel momento nemmeno lei può evitare di sorridere. Poi riprende. - John vede suo padre circa una volta al mese, sai? Viaggia per affari, lui. Continuo a pensare cosa potrà significare un giorno per John, cosa gli è mancato, cosa gli stiamo facendo… Non credo che siamo il genere di famiglia che si merita … Miranda parlava guardando suo figlio, quasi con un’espressione vuota. Poi riprende di soprassalto, come se avesse trovato le parole giuste. - Quello che voglio dirti è che non sempre tutto è perfetto. E ci sono colpe da parte di tutti, in una famiglia. Eppure è una delle poche cose che ci appartiene veramente… È il biglietto da visita con cui ti si presenta il mondo, quando ne entri a fare parte. Ed è parte di te, nonostante tutto. Come un regalo, qualcosa che puoi rifiutare se vuoi, ma a cui puoi tornare in ogni momento. E se non puoi si tratta solo di orgoglio… Si era fermata volutamente. Non aveva altro da dire. Continuava a tirare boccate dalla sigaretta, guardando verso il mare, suo figlio. Jane quasi credeva le stesse lasciando il tempo per pensare. Come qualcuno che la conoscesse anche troppo bene. O forse sembra così in certi momenti, quando aspetti qualcuno con delle risposte, e non te ne rendi conto. - Meglio che porti a casa quel mascalzone, fra poco non lo terrà più nessuno sul serio. Ci vediamo più tardi Jane, sono contenta di averti conosciuto. Porge la mano in modo amichevole, e regala un labile sorriso. - Anch’io, grazie Miranda. L’aveva ringraziata senza pensarci, sinceramente. Era quasi contenta che se ne andasse. Le sue parole erano piovute addosso come macigni, la tipica sensazione di pensieri non piacevoli da cui non puoi scappare. Ora Jane preferiva rimanere sola. Miranda rientra dalla sua passeggiata sulla spiaggia. Incrociando Lara sussurra: "Tutto ok, le ho parlato".
Al ritorno da Orient Point New York non era più la stessa. O meglio, gli occhi con cui la guardava, non erano gli stessi. Ogni cosa, anche la più comune, sembrava giudicarla per quello che non aveva ancora fatto. Era privilegiata, lei. Tornava dopo quattro anni senza spiegazioni, e subito trovava qualcuno pronto ad accoglierla, come ad aspettarla. Meglio, qualcuno pronto a farla entrare nella sua famiglia. Perché Lara sapeva che a tutti serve una famiglia. Qualcuno in cui riporre fiducia, e a cui senti di dover rendere conto. Qualcuno che ti aiuta, e allo stesso tempo ti spinge a fare il tuo meglio. Ma Jane sapeva di avere una famiglia. Che aveva trascurato per troppo tempo. Al ritorno da Orient Point aveva aperto la scatola in pelle rossa, la scatola in cui aveva trovato il quaderno di Brenda. E le tante lettere all’interno. Lettere provenienti dal Canada. Catherine e Nicholas erano emigrati a Toronto. Le uniche persone che avesse mai chiamato “mamma” e “papà”. Quelle che non aveva rintracciato per più di quattro anni, per pensare a se stessa, si diceva. Neanche immaginava il dolore che aveva loro provocato. A Toronto Nicholas aveva trovato un progetto da seguire. Era una bella città, scriveva Catherine, molto più grande di Mansfield, ma vivibile, staccata dalla frenesia lavorativa degli yankee. Catherine aveva inviato moltissime lettere a Jane, a intervalli regolari. Come se sapesse che prima o poi le avrebbe lette. Perché Jane sapesse quanto ci teneva. E che non avrebbe mai smesso. Jane le aveva lette tutte di fila la sera del ritorno da Orient Point. Lei non aveva mai provato a scriverle. A volte l’aveva pensato, come se in cuor suo li avesse perdonati, se c’era qualcosa da perdonare. Ma poi si fermava, per non rivangare brutti ricordi… Non è vero. Per paura. Di affrontare qualcosa ormai passato… che senso aveva? Brandon Boyd in una canzone stupenda dice: “Quanto permetterò che la paura tenga il volante e sterzi?”, quanto la paura dovrà ancora decidere per me? Conoscere quella famiglia italiana, così unita nonostante le distanze, l’aveva fatta pensare molto. E l’aveva resa sicura di qualcosa. Jane prende in mano la penna. E, con tratto deciso, scrive su un foglio le parole: "Ciao mamma".
...per saperne qualcosa di + sui racconti di "Jane's Cut" clikka qui ...
UPDATE

foto: Orient Point, New York
...E tutto ricomincia da questo posto così particolare da essere quasi immaginario, Orient Point, ke in realtà esiste davvero ed è quanto di meglio potessi sperare per ripartire con Jane, dopo tutto questo tempo... perchè di tempo ne è passato, me ne rendo conto, e la storia così sgangherata e più volte interrotta sta diventando una pretesa assurda, da parte mia, se intendo ke qlcn la possa leggere con una certa continuità... il punto è ke questa storia nn può rimanere incompiuta, è parte di me, e per quanto tempo ci vorrà un giorno finirà, è una cosa ke mi serve, per capirci, mi dà spunto per riflettere sulla vita... Cmq, si riparte con Jane, e con la sua vita ke pezzo dopo pezza sembra ritrovare una certa "normalità", parola ke nn ha molto senso applicata a nessuno, tanto più a Jane, ma rende abb una certa idea, ed Orient Point con la famiglia di Brenda sono l'ideale per farle ritrovare una certa dimensione raccolta, ma non solitaria, ke le è mancata da tanto tempo, così tanto ke quasi non ricordava più esistesse... Ci ho pensato molto a questo racconto per scriverlo, e spero ke renda l'idea...

| inviato da cobra_kai il 6/10/2008 alle 9:57 | |
3 ottobre 2008
...When I drive myself my light is found...

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Drive (Incubus)
Sometimes I feel the fear of Uncertainty stinging clear And I can't help but ask myself How much I'll let the fear Take the wheel and steer
It's driven me before It seems to have a vague Haunting mass appeal Lately I'm beginning to find that I Should be the one behind the wheel
Whatever tomorrow brings, I'll be there With open arms and open eyes yeah Whatever tomorrow brings, I'll be there I'll be there and…
So if I decide to waiver my Chance to be one of the hive Will I choose water over wine And hold my own and drive, oh oh
It's driven me before, it seems to be the way That everyone else get around Lately I'm beginning to find that When I drive myself my light is found
Whatever tomorrow brings, I'll be there With open arms and open eyes yeah Whatever tomorrow brings, I'll be there I'll be there and…
Would you choose water over wine Hold the wheel and drive
Whatever tomorrow brings, I'll be there With open arms and open eyes yeah Whatever tomorrow brings, I'll be there I'll be there and… |
Guida
A volte sento pungere La paura dell’insicurezza E non posso fare a meno di chiedermi Quanto permetterò che la paura Prenda il volante e sterzi
Mi ha guidato finora Sembra che abbia un indistinto Potere di massa predatorio Poi avrei cominciato a capire che Dovrei essere io quello dietro al volante
Qualsiasi cosa porterà il domani, io ci sarò Con braccia ed occhi aperti, già Qualsiasi cosa porterà il domani, io ci sarò Io ci sarò e…
Se deciderò allora di rinunciare alla mia Opportunità di essere uno dell’alveare Sceglierò forse acqua al posto del vino E penserò a me stesso e guiderò
Mi ha guidato finora, sembrava essere la via Che chiunque altro percorre Poi avrei cominciato a capire che Quando guido me stesso incontro la mia luce
Qualsiasi cosa porterà il domani, io ci sarò Con braccia ed occhi aperti, già Qualsiasi cosa porterà il domani, io ci sarò Io ci sarò e…
Sceglieresti acqua invece di vino? Tieni saldo il volante e guida
Qualsiasi cosa porterà il domani, io ci sarò Con braccia ed occhi aperti, già Qualsiasi cosa porterà il domani, io ci sarò Io ci sarò e… |
...Gran bel testo, qst canzone la conosco da un bel po', e ho sempre intuito il suo senso, ma nn credevo fosse proprio così ben definito nel testo... Indubbiamente è già di per sè una bella canzone, ben arrangiata, e il successo che ha avuto l'ha meritato sicuram anche solo per questo... ma il testo dà qualcosa di più... Le metafore per spiegare un concetto sono spesso abusate, perchè così anche qualcosa di comune sembra diventare speciale... qui invece la metafora torna solo quando ce nè strettamente bisogno, la paura che guida, il fatto che "sembrava essere la via che chiunque altro prendeva", e la coscienza che non è necessariamente quella la via da prendere subentra come cosa successiva, come se ci fosse stato un percorso di crescita nel frattempo... ed è palesemente vero che succede così, lo staccarsi dalla massa per cercare qualcosa di diverso è una cosa comune in un certo periodo della vita ("il diverso perchè è diverso", per capirci), ma farlo solo quando si sente che è la cosa migliore per te, questo è un salto di qualità, una presa di coscienza che sopraggiunge col tempo... Poi il fatto di mettersi materialmente dietro al volante, prendere in mano la propria vita, e dire "qualsiasi cosa il domani porterà, io ci sarò", quasi come una liberazione, un insegnamento tratto dalla vita, un paletto per ricordarsi in ogni momento cosa si vuole dalla vita (non a caso l'album si chiama "Make Yourself")... infine, "con braccia ed occhi aperti" è la parte più fiduciosa, è la consapevolezza che ciò che succederà non potrà essere, in ultima analisi, negativo...
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| inviato da cobra_kai il 3/10/2008 alle 14:7 | |
24 settembre 2008
...not expected #1...

L'agnellino
Strano quel vagone, del tutto vuoto. La porta si era chiusa alle spalle con un suono strano, simile a quello di un lucchetto. Porte automatiche del treno, strani rumori, pensava. Guardando meglio in fondo alla cabina era seduto un signore distinto, occhiali, giornale in mano. - Che fortuna! Jack si ritrova a parlare ad alta voce, quasi un’esclamazione. Il signore distinto in fondo al vagone dà solo una rapida occhiata, torna subito al giornale. Jack era davvero felice di trovare qualcuno con cui parlare. Non gli capitava da un po’. Almeno, non con qualcuno che non avesse già un giudizio su di lui. Tutti lo trattavano piuttosto male, ultimamente. - Anche lei diretto a Washington? Il signore alza gli occhi, lo guarda attentamente, con vero interesse. - Cosa glielo fa credere? - Sa, i romani. Dicevano “tutte le strade portano a Roma”. Qui la capitale è Washington, quindi... Il signore distinto non è molto espressivo. Con la penna annota sul giornale. - È un cruciverba, vero? Il signore alza la testa allo stesso modo e con la stessa espressione precedente. Quasi si aspettava dicesse la stessa frase. Invece sta zitto. - No, mi scusi per prima. È che ho sentito annunciare che questo treno è diretto a Washington, poco fa… Non sono mai stato molto bravo a fare conversazione. - Beh non sembra. Anzi, per me è molto portato… - Oh grazie. Comunque mi chiamo Jack, lavoro per la manutenzione. Lei che fa? - Jeremy Byte, psichiatra. Il signore con gli occhiali allunga la mano, con fare amichevole. - Oh, psichiatra… Ora capisco, ha il tipico fare, sa, il rapporto medico-paziente… Però non ce la vedo a scavare in testa alla gente… Il signore distinto continuava a completare il cruciverba. Mentre scriveva, noncurante, proseguiva a parlare. - Davvero? Dicono sia invece piuttosto bravo… - Beh, ad esempio, non so come fa di solito, ma domande non ne ha fatte molte finora… non saprei come farebbe a dire qualcosa su di me… - Già. C’è chi sostiene che uno bravo potrebbe non fare alcuna domanda. Sono i pazienti a svelarsi da sé. Come se per loro si trattasse di una semplice conversazione… Jack si sentiva eccitato da quella discussione. - Ah, avrei delle difficoltà a crederlo… Sarebbe davvero complicato come sistema… - Beh, se vuole facciamo una prova… - Come scusi? - Una prova, io le faccio solo un paio di domande dirette, lei se vuole non risponde. Poi, se vuole, le darò una diagnosi. Jack guarda il dottor Byte con un’espressione incerta, e visibilmente inquietata. - Non si preoccupi, nessuna parcella. Per la prima volta il signore sorride, e si concede qualche risata sommessa. Ora Jack si sente rassicurato. E si lascia andare. - Ok, faccia pure. Scelgo io le domande? - No quelle le faccio io. Ma se vuole rivolgerne una a se stesso, faccia pure. - Vediamo, perché mi son seduto qui di fronte. Eh? È una buona domanda, non le pare? - Certo che lo è. Ora risponda. - … Non me l’ha mai chiesto nessuno. Perché mi siedo nei posti più stretti… in fondo al vagone, o in un angolo di una stanza. Sa, da piccolo mi convincevo che ero impaurito dallo spazio grande, da cercare di tornare, in un certo senso, chiuso in me stesso, come prima di nascere. Lo so che a lei sembrerà eccessivamente ricercato per un bambino, ma ero molto acuto, sa? Anche Kasparov era uno spirito solitario. Il campione di scacchi, ha presente? Byte annuisce. - Ecco, poi mi sono convinto che erano bugie che raccontavo a me stesso. In realtà cercavo i rari posti in cui puoi vedere tutti quelli che potrebbero guardarti. Avevo una paura inconfessabile verso tutti, pensavo mi odiassero. Poi col tempo è passata, mi è restata l’abitudine dei posti stretti, racchiusi in sé… Come una claustrofobia al contrario… Le sembra interessante? - Certo, lo è moltissimo. Dovrei abituarmi a fare queste domande ai miei clienti. Jack era soddisfatto di aver impressionato il dottore. - Ora tocca a me. Prima domanda. Qual è il suo colore preferito? - Verde. Sicuramente. Per lei significa una passione per la natura, evidentemente, vero? - No, nulla di tanto romantico. Sa cosa significa il verde per noi? Difficoltà a distinguere l’immaginazione dalla realtà. Non si preoccupi, è molto frequente in persone estroverse come lei. Nasconde un lato artistico, per così dire. Mi dica, più che altro, perché pensa sia verde il suo colore preferito… - Non so… è un colore elettrico. Le scariche dell’aurora boreale spesso son verdi. I pesci luminosi che scorrono lievemente sotto la superficie. No, quelli non sono del tutto verdi, ma l’acqua lo è. Diciamo che sono momenti che amplificano la mia percezione visiva. Quando mi sento bene, vedo verde, di solito. - Capisco. Seconda domanda. Cosa pensa se le dico "16 anni"? - Cosa penso? Penso a dei ragazzini. Li ho proprio presente, a quell’età. Sono tranquilli, sereni, stranamente arrabbiati in realtà, ma come se avessero tutto sotto controllo. Una sensazione che da grandi sfugge veramente. Camminano per strada, sono in un piccolo gruppo, maglie sportive, di sera. Si ritrovano presso un supermercato, si mettono a parlare seduti sopra i carrelli della spesa. Sono sereni, non hanno problemi troppo grandi a cui pensare. Sono felici. - Già. Una bella immagine, lo scommetto… - Bene, ha finito? - Di scrivere? Sì, e anche la sua visita. Nessun problema neurologico, gliel’assicuro. Invece le confermo una certa tendenza all’immaginazione. Lei potrebbe costruire mondi tutti suoi, se volesse. Mai provato a scrivere, o recitare? - Si certo, tempo fa… - Ci riprovi. Potrebbe farla stare bene. Ora la saluto. - Deve scendere? - No, lei deve. Non sente? La chiamano… Jack sente chiamare la fermata di Pontypridd. Era proprio la sua. Doveva essere uno strizzacervelli coi fiocchi se aveva capito quando sarebbe sceso. - Beh la ringrazio di tutto. Saluti dottor Byte. Il dottore non risponde. Ha già ripreso col suo giornale in mano.
Moe stava aspettando finisse il suo turno. Proprio in quel momento le altre guardie carcerarie escono col condannato. Finalmente era finita. - Lo sai che ha fatto quello? - Per sentito dire. - Beh non dev’essere una cosa leggera, neanche per sentito dire. Ha fracassato la testa di sua moglie a martellate. Dovevi sentirlo là dentro. Sembrava un agnellino. Il dottore appena lo calcolava. Gli ha detto “16 anni”, l’età di suo figlio. Per quello neanche esisteva… Ti dico che è pazzo da legare. - Non ho voglia di sentire, ora voglio solo finire il turno. Dov’è il dottore, mi serve una firma. - Eccolo.
Ore 14.10. Detenuto n° 818419, Jack Lafoe. Visita psichiatrica n° 1. Firma: Dott. Jeremy Byte.
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UPDATE:
What's "not expected"? Who knows? ... Racconti diversi dal solito, racconti insoliti... racconti con il finale che non ti aspetti, o magari se lo sai prima ke è così è il finale che ti aspetteresti, ma nn l'avevi messo in conto perchè pensavi fosse inaspettato... insomma, qualcosa di diverso dal mio solito modo di scrivere, e forse fuori bersaglio, proprio perchè diverso dal mio solito modo di scrivere... provate a dire un po... la cosa bella sarebbe continuare a scriverne... per il momento dite la vostra su questo, se vi va....
| inviato da cobra_kai il 24/9/2008 alle 14:14 | |
19 settembre 2008
...When all you want is to find home...

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Sway (Lostprophets)
When the sun comes down Will the rain wash away All the hopes of the brave Into another day? Another day
When the trees start to sway And the wind makes them groan I can tell that you don't know
To all the fights I've conquered and beyond The times have changed and I will now move over slowly But through it all I still feel lost without you Hard to find a new soul As silence takes its toll
You sway When you are lost You sway When you don’t know You sway When all you want is to find home
As the light pours in Feel the volume of the sky Mark your place in time With another question why Tiny flickers in the night Always looking to be right
To all the fights I've conquered and beyond The times have changed and I will now move over slowly But through it all I still feel lost without you Hard to find a new soul As silence takes its toll
You sway When you are lost You sway When you don’t know You sway When all you want is to find home
You Sway You Sway |
Vacilli
Quando il sole scende La pioggia sciaquerà forse via Tutte le speranze del coraggioso In un altro giorno? Un altro giorno…
Quando gli alberi cominciano a vacillare E il vento li fa fischiare… Posso dire che non sai di cosa parlo
A tutte le battaglie che ho conquistato, e più ancora I tempi son cambiati, ed ora mi sposterò lentamente Ma in tutto questo mi sento ancora perso senza di te È difficile trovare una nuova anima… Mentre il silenzio si prende il suo tributo
Vacilli Quando sei perduto Vacilli Quando non hai idea Vacilli Quando tutto quello che vuoi è trovare casa
Mentre le luci si riversano a fiotti Percepisci il volume del cielo Segna il tuo posto nel tempo Con un’altra domanda: perché? Leggeri fremiti nella notte… Cerchi sempre di essere nel giusto
A tutte le battaglie che ho conquistato, e più ancora I tempi son cambiati, ed ora mi sposterò lentamente Ma in tutto questo mi sento ancora perso senza di te È difficile trovare una nuova anima… Mentre il silenzio si prende il suo tributo
Vacilli Quando sei perduto Vacilli Quando non hai idea Vacilli Quando tutto quello che vuoi è trovare casa
Vacilli Vacilli |
...Dopo tempo mi son ritrovato a pensare a questa canzone, già tradotta e commentata da mary, veramente stupenda... e sembrava si fosse detto già tutto, una riflessione sulla morte del padre di Ian, raccontata al suo solito modo indiretto, con gli alberi, gli eventi della sera... e una parte centrale, ritornello e pre-ritornello, molto molto dirette... dice tutto insomma, per quanto difficile possa essere... Dicevo, questa canzone pensavo di averla già compresa, un po sul genere di Bad degli U2, in cui si dicono tante cose e ci si fa un certo esame di coscienza, per così dire, su cosa si è e cosa si vuole, con l'elemento aggiuntivo nn banale della scomparsa del padre... qualcosa ci fa pensare che sia lui "l'uomo coraggioso" che ha "conquistato molte battaglie" e il verso "ma in tutto questo mi sento ancora perso senza di te" è quanto mai chiaro e diretto... eppure, non è tutto qui... Non è tutto relegato a una situazione specifica, lui nn dice queste cose, riflessive e poetiche, perchè suo padre è morto... questo è Ian che parla, un ragazzo di fronte alla vita, e le cose che dice sono quantomai all'ordine del giorno... gli alberi che vacillano nel vento siamo tutti noi, quando siamo "perduti" in noi stessi, quando non abbiamo idea su che fare, quando tutte queste domande messe in fila non sono altro che cercare qualcosa a cui appartenere, una casa a cui tornare... "i tempi son cambiati ed ora mi sposterò lentamente", questo è un nuovo inizio, una presa di coscienza, come se ti dicessero, per un motivo o per l'altro "ecco, ora sei solo tu a decidere"... questa è una frase liberatoria se sai esattamente cosa fare, è una minaccia incombente se una strada ancora non l'hai trovata... E penso nella vita le cose siano all'incirca così, si dibattono fra la libertà più totale e le immense responsabilità di questa coscienza, senza mai essere una via di mezzo, una "vita tiepida" in cui mettere in fila le tue sicurezze... e siamo come l'immagine degli alberi noi, mai ben definiti, eppure così vividamente presenti... e volonterosi di non scomparire.
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| inviato da cobra_kai il 19/9/2008 alle 12:37 | |
12 settembre 2008
...End of the Beginning...

...Tramonto, una spiaggia delle isole Mauritius...
...here we go... lo so, lo so, il mio ritmo nello scrivere nel blog è più altalenante degli infortuni di ronaldo, ma alla fin fine c'è sempre un motivo (come dice celentano) se torno a scrivere qui, con una canzone ritmata e rilassante, con un paesaggio rilassante (xkè di ritmati non ce n'erano) delle mauritius, ripreso da mia sorella tra un volo e l'altro... e tante cose da dire, ke poi si riducono irrimediabilmente a poche e molto vaghe... xkè qui funziona così, dopotutto... ...l'estate volge a termine, eh già, e come sempre alla fine del cammino c'è qualcosa di bello, così come alla fine dell'arcobaleno c'è un tesoro... Trascorsi gli ultimi tempi tra te e te, ti accorgi ke quando ricominci a uscire dal tuo guscio le cose sono lì ad aspettarti com'erano, se non ti sei dimenticato di loro... e quanto è liberatorio uscire di scuola dopo un esame e mettersi a correre, per tutto il tragitto, per prendere il treno o per altro, con venezia di sera... e poi perdere il treno... Nn si riduce tutto a poco, come ti aspettavi prima, nn è "sì, poi ricomincia la solita routine"... è ritrovare le atmosfere calme di una volta, ascoltando la musica in corriera, oppure ricominciare come a dirsi "ora riprendo a fare qualcosa di utile"... fa parte delle tue scelte dopotutto, vivere la vita di cui hai bisogno... ...l'estate volge al termine, e a quanto si è capito nn mi andava di parlare di tutte le cose belle ke sono passate e ke mettono tristezza, la mia estate è stata anke più corta del solito, ma nn mi preoccupa, xkè dopo un periodo di concentrazione, in cui si rimandano tante cose, ecco in un momento tutto tornare a far parte di te, sensazioni, umori, e pensieri ke per un po avevi rifiutato...
Una persona che conoscevo alle superiori scriveva la frase "le nuove esperienze sono sempre le migliori", e io mi rifiutavo di crederci... io la interpretavo come "fa tutte le esperienze che vuoi, tanto andranno bene", e nn mi soddisfaceva... eppure qualcosa di vero doveva esserci... e alla fine è arrivato, il vero in quella frase, perchè se il nuovo che ti viene incontro è sempre migliore di quanto ti possa aspettare non puoi fare a meno di credere sia vera... quando cerchi in modo serio la tua strada, e nn ti lasci andare al pessimismo imperante, del genere "se punti in basso nn rimarrai deluso", e a tutti questi modi per guardare al male minore, di accontentarsi diciamo... ecco, se ti rifiuti di vederla così, e cerchi un progresso verso qualcosa, non un semplice "adare avanti", le nuove esperienze saranno le migliori, perchè la vita, checchè se ne dica, in qualche modo ti ripaga, e ti porta a traguardi in cui nn avresti sperato...
... E infatti è questo il sentimento, "la fine dell'inzio", come dicono i 30stm... nn la semplice fine, in cui si guarda al passato e si rimpiange, ma un momento in cui capisci tante cose e ti prepari con una nuova coscienza a ciò che arriva... per stupirti ancora una volta, e scuotere il tuo piccolo mondo di sicurezze in cui sei abituato a vivere...
| inviato da cobra_kai il 12/9/2008 alle 12:48 | |
28 agosto 2008
..."le luci scendono sull'orizzonte... si fermano su di te"...

E si rivela 04-04-2008
E tutte le volte che ne hai parlato della scelta migliore senza abbandonarsi a quel ti che capita
E tutte le volte che ci hai pensato al valore di tutto … quanto ti tramortiva il pensiero
E tutte le volte che l’hai sentito vivo, ma ancora non era… il momento per esserlo
Il sentimento che si appropria di te non chiede il permesso non puoi rifiutarlo
La speranza di essere quel sentimento di essere, felice, no, di più di essere. Con tutto te stesso
E non volerla affondare e dire "sì, ma non ora" e aspettare, continuare a capire
Questo è il momento per arrenderci alla vita questo è il momento se ancora non l’hai capito per non aspettare
Questo è il momento le luci scendono sull’orizzonte si fermano su di te
Questo è il momento e si rivela il tuo cuore
E si rivela, niente di più si rivela come non mai
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| inviato da cobra_kai il 28/8/2008 alle 12:40 | |
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